Flotilla, due italiani detenuti in Libia nel silenzio del governo. Quando il rilascio era priorità assoluta

Centrone e Alberizia detenuti a Bengasi in Libia da oltre tre settimane. Il governo che per altri muoveva cielo e terra, qui delega e tace

Flotilla, due italiani detenuti in Libia nel silenzio del governo. Quando il rilascio era priorità assoluta

Il 24 maggio dieci attivisti del convoglio di terra della Global Sumud Flotilla sono spariti dai radar dopo un checkpoint a Sirte, in Libia. Da allora sono detenuti a Bengasi, nelle mani delle milizie della Cirenaica che fanno capo alla famiglia Haftar. Tra loro due italiani: Domenico Centrone, documentarista di 33 anni e docente a contratto all’Università di Bari, e Leonarda “Dina” Alberizia, insegnante in pensione di 67 anni. A 18 giorni dal fermo non era stata formalizzata alcuna accusa, e per nove giorni non avevano visto un giudice, ha riferito alla Camera l’avvocata Enrica Rigo.

Una settimana fa due avvocate incaricate sono andate al centro di detenzione dove i due dovevano trovarsi. Non c’erano. «Il luogo di detenzione non è noto», ha detto Rigo, «tecnicamente siamo vicini alla sparizione forzata». Intanto il procuratore di Bengasi ha annullato l’udienza del 9 giugno senza preavviso e ha prorogato la detenzione di altri 30 giorni.

Quando il rientro era priorità assoluta

Cecilia Sala viene arrestata in Iran il 19 dicembre 2024. Due settimane dopo, il 2 gennaio 2025, Giorgia Meloni convoca un vertice a Palazzo Chigi con Antonio Tajani, il guardasigilli Carlo Nordio, il sottosegretario Alfredo Mantovano e i servizi. La nota che esce parla di «immediata liberazione». La premier riceve la madre e vola a Mar-a-Lago da Trump a premere di persona. Il 9 gennaio Sala è libera dopo 21 giorni, e Meloni l’aspetta sulla pista di Ciampino. Fu la cosa giusta, e va detto: quando un italiano finisce in mano a un regime straniero, mobilitare l’intera macchina dello Stato è ciò che un governo deve fare.

Il paragone con il caso accanto può suonare indelicato, due detenzioni non si pesano sulla stessa bilancia. Ma la distanza tra i due trattamenti è un fatto politico, e come tale va osservata.

Per Centrone e Alberizia il copione è un altro. Da oltre tre settimane il dossier è interamente nelle mani di Tajani, che il 16 giugno, a margine di un evento sull’export a Bari, ha incontrato i familiari: «Stiamo premendo per una loro liberazione al più presto», ha detto, sperando che vengano «rilasciati e magari espulsi». La Farnesina segue «minuto per minuto», come «facciamo per tutti i cittadini italiani». Di Meloni, nessun atto pubblico. Nessun vertice, nessuna nota di Palazzo Chigi, nessuna pista d’aeroporto.

Perché su questi due si tace

Sulla gravità i due della Flotilla stanno molto peggio: un black site di una milizia non riconosciuta, senza accusa formale e senza avvocato, mentre Sala almeno aveva uno status giuridico dichiarato. Quindi la differenza sta altrove, in chi li detiene e per cosa.

Chi li detiene è la Cirenaica di Khalifa Haftar, comandante supremo dell’Esercito nazionale libico dal 2015, e di suo figlio Saddam, vicecomandante che secondo fonti libiche ha imposto sul caso la «chiusura totale». È lo stesso Saddam Haftar fermato nel 2024 in Italia per una segnalazione internazionale delle autorità spagnole e rilasciato circa un’ora dopo. Ed è sul padre che il nostro governo dovrebbe premere per il rilascio dei due detenuti italiani.

E per cosa li detiene? Portavano sette ambulanze e venti case mobili verso Gaza. Riportare a casa due attivisti pro-Palestina con la stessa enfasi spesa per una giornalista darebbe rilievo politico a una causa che il governo, sulla sua linea di prudenza verso Gaza, preferisce tenere ai margini.

Maria Rosaria Centrone, sorella di Domenico, ha chiesto in un videomessaggio che «Nico e gli altri vengano liberati, perché sono persone innocenti». I due hanno fatto lo sciopero della fame, la Flotilla parla di «Sirte 10+1», in tutta Italia ci sono presìdi.

Il governo che per Sala fece un gioco di squadra, per i due della Flotilla affida tutto al ministro degli Esteri e lo lascia parlare a margine di una fiera dell’export. Tutti i cittadini italiani sono uguali. Salvo poi misurare l’impegno con due pesi diversi, a seconda di chi tiene la chiave della cella.