Il 22 aprile, Giornata della Terra. Secondo i dati pubblicati da Openpolis, quasi mille edifici scolastici italiani stanno a 300 metri da una fonte di inquinamento atmosferico. Due cose vere insieme.
Il rapporto, realizzato con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, incrocia le rilevazioni Istat Bes 2024 sulla percezione ambientale dei giovani con i dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito sulla vicinanza delle scuole a fonti inquinanti per l’anno scolastico 2024/25. Il risultato dice una cosa: i ragazzi più giovani stanno smettendo di preoccuparsi, e le scuole in cui studiano sono, in un caso su quaranta, immerse nel problema di cui la politica promette di occuparsi.
Adolescenti e ventenni: una forbice che conta
Tra il 2012 e il 2019 la quota di giovani che indicava il cambiamento climatico tra le cinque preoccupazioni ambientali prioritarie era cresciuta in modo costante. Dal 2019 si è stabilizzata. Il Rapporto Bes 2024 dell’Istat, pubblicato il 13 novembre 2025, registra poi un calo visibile tra i 14-19 anni, molto meno netto tra i 20-24. I ventenni risultano più insoddisfatti della qualità ambientale del proprio contesto: 66,8% di soddisfatti nel 2024, tre punti in meno rispetto all’anno precedente. Gli adolescenti si dichiarano soddisfatti nella misura del 74,1%, sei punti sopra la media della popolazione.
La sensibilità al clima è correlata con il titolo di studio: chi ha la laurea si dichiara preoccupato nel 66,4% dei casi, chi si è fermato alla licenza media nel 53,2%. Il rischio è che il tema diventi questione da élite, smetta di essere un problema di tutti. L’Eurobarometro del giugno 2025, commissionato dalla Commissione europea, ricorda che l’88% dei giovani europei tra 15 e 24 anni considera il cambiamento climatico un problema serio, e che chi vive in zone a rischio lo percepisce come urgente nel 91% dei casi. Il problema non è l’allarme in astratto. Il problema è che l’allarme, nel tempo, si converte in abitudine.
Le scuole nell’aria sbagliata
I dati materiali viaggiano in direzione opposta. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito censisce, per l’anno scolastico 2024/25, il 2,3% degli edifici scolastici statali, poco meno di mille su circa 40mila, collocato entro 300 metri da una fonte di inquinamento. Nei capoluoghi la quota sale al 5%, il doppio della media nazionale.
La Liguria guida tra le regioni con il 6%. Seguono il Lazio al 4,4% e la Puglia al 3,8%. Tra i capoluoghi, La Spezia è prima: 22 dei suoi 53 edifici scolastici statali, il 41,5%, risultano vicini a fonti inquinanti. Poi Foggia al 38,5%, Taranto al 27,4%, Imperia al 25,9%. Quattro città con storie industriali e portuali che il mercato ha lasciato sul territorio e che il territorio porta ancora nel corpo. In 53 capoluoghi su circa 110 nessuna scuola statale viene dichiarata vicina a fonti inquinanti: non significa che il problema non esista, ma che gli enti locali non lo hanno segnalato.
Il 22 aprile i conti non tornano
I giorni nei periodi di caldo sono passati da 15 nel 2012 a 42 nel 2023. Le emissioni di CO2 per abitante sono scese da 8,4 tonnellate nel 2012 a 6,8 nel 2024: un miglioramento reale. Solo che i giorni consecutivi senza pioggia sono cresciuti, il suolo si impermeabilizza, la dispersione idrica peggiora. Segnali positivi e negativi convivono e raccontano una transizione incompiuta.
Tra il 2017 e il 2020 la quota di 18-19enni attivi in associazioni ecologiche o per i diritti civili era passata dall’1,9% al 4,4%, quattro volte la media adulta. Il movimento dei Fridays for Future ha lasciato una sensibilità che nei ventenni di oggi si misura ancora. Negli adolescenti attuali si misura meno.
Il 22 aprile si annunciano impegni. Gli edifici a 300 metri dalle ciminiere restano dove sono.