Giornata mondiale del rifugiato, ricorrenza amara nell’anno in cui il diritto d’asilo arretra in Europa

Mentre la Convenzione di Ginevra compie 75 anni, tra Chişinău e il nuovo Patto UE il diritto d'asilo arretra. Con l'Italia capofila

Giornata mondiale del rifugiato, ricorrenza amara nell’anno in cui il diritto d’asilo arretra in Europa

Settantacinque anni fa, il 28 luglio 1951, a Ginevra si firmava la Convenzione sullo status di rifugiato: chi scappa da guerra e persecuzione ha diritto a chiedere protezione, e lo Stato che lo accoglie non può ricacciarlo dove rischia la vita. Oggi, 20 giugno, quel diritto compie gli anni con la Giornata mondiale del rifugiato. E l’Europa lo festeggia smontandolo.

A dirlo, alla vigilia, è SOS Humanity, l’organizzazione tedesca che gestisce la nave di soccorso Humanity 1. Parla di una crisi dello Stato di diritto nelle politiche migratorie europee, e richiama un memorandum per la protezione dei rifugiati promosso insieme ad altre sigle tedesche, da Pro Asyl a Diakonie ad Amnesty International. L’allarme poggia su due atti molto concreti che, nel giro di un mese, hanno spostato l’asticella.

Strasburgo e Bruxelles

Il primo è la Dichiarazione di Chişinău. L’hanno adottata il 15 maggio 2026 tutti i 46 Stati del Consiglio d’Europa, e pur non essendo vincolante chiede di rileggere la Convenzione europea dei diritti dell’uomo quando di mezzo ci sono stranieri da espellere o estradare. Amnesty International la legge come l’apertura di un sistema di diritti umani a due livelli: pieni per i cittadini, ridotti per i migranti. La stessa dichiarazione apre all’esame delle domande in Paesi terzi e agli hub di rimpatrio fuori dai confini europei. Da dove nasce? Da una lettera di nove capi di governo del maggio 2025, guidati da Italia e Danimarca, che accusava la Corte di Strasburgo di proteggere “le persone sbagliate”. 

Il secondo atto è già in vigore. Il Patto europeo su migrazione e asilo, dieci provvedimenti approvati nel 2024, si applica dal 12 giugno, una settimana fa. Introduce una procedura di frontiera obbligatoria per chi arriva dai Paesi con un tasso di riconoscimento sotto il 20%, fino a dodici settimane in cui, scrive Human Rights Watch, il richiedente resterà quasi sempre trattenuto. Famiglie con bambini comprese. Sulla carta è efficienza. Di fatto è detenzione amministrativa per chi non ha commesso alcun reato. L’Italia, da parte sua, ha fatto da apripista con i centri costruiti in Albania per spostare l’esame di una parte delle domande fuori dal proprio territorio.

La frontiera spostata in mare

E poi c’è il mare, dove la frontiera l’Europa l’ha già spinta verso sud da tempo. Dal 2016 l’Unione finanzia la cosiddetta guardia costiera libica perché intercetti i barconi e li riporti indietro. Tra il gennaio 2018 e il settembre 2025, secondo l’OIM, sono state riportate in Libia circa 145mila persone; Sea-Watch parla di oltre 169mila dal 2016. Rispedite nel Paese da cui erano fuggite, dentro quei centri di detenzione dove torture, percosse e stupri sono documentati da anni. Un respingimento per procura, vietato dalla Convenzione di Ginevra ma pagato con denaro europeo, circa 74 milioni solo per i programmi sul confine.

A ottobre un gruppo di eurodeputati ha chiesto alla Commissione di chiudere i rubinetti, citando tratta, lavoro forzato, violenze sessuali e torture. Bruxelles ha difeso la collaborazione definendola necessaria. E la stessa Humanity 1, in Italia, è già stata fermata per decreto: chi documenta cosa accade in mare diventa il problema da rimuovere.

Intanto il conto dei morti non si ferma. Nel 2025 l’OIM ha contato quasi 7.900 persone morte o scomparse sulle rotte migratorie, 1.330 solo nel Mediterraneo centrale, la rotta più letale del mondo. Dal 2014 sono oltre 80mila.

Settantacinque anni dopo Ginevra la promessa era semplice: nessuno va rimandato verso il pericolo. Domani la si celebra con cortei e comunicati, mentre i governi che l’hanno firmata lavorano a smontarla un comma alla volta. Marie Michel, di SOS Humanity, parla di un diritto individuale all’asilo ormai sotto attacco in Europa. E a guidare l’assalto, stavolta, c’è anche l’Italia.