Cโรจ una fotografia che inchioda il presente e ipoteca il futuro. ร quella scattata dai dati Inps, letti e riorganizzati dalla Cgil: salari bassi oggi, pensioni inadeguate domani. Una traiettoria lineare, senza scarti nรฉ sorprese. Per i giovani, il lavoro povero smette di essere una fase e diventa una condizione permanente. Fine pena mai.
Un operaio under 35 guadagna in media meno di 14.000 euro lordi lโanno. Un impiegato giovane non arriva a 22.000 euro. A paritร di mansioni, lo scarto con i colleghi over 35 supera il 40 per cento. Non รจ un ritardo fisiologico, รจ una svalutazione strutturale del lavoro giovanile che si riflette direttamente sui contributi previdenziali e quindi sulle pensioni future. Con carriere frammentate e retribuzioni cosรฌ basse, il montante contributivo nasce giร insufficiente. La previdenza diventa una promessa irraggiungibile.
Salari bassi oggi, pensioni povere domani
Il meccanismo รจ noto e implacabile. Lโadeguamento automatico allโaspettativa di vita spinge lโasticella dei requisiti contributivi sempre piรน in alto: entro il 2035 si rischia di dover raggiungere 46 anni e 3 mesi di contributi. Incrociato con i salari reali degli under 35, questo dato trasforma la pensione in un miraggio statistico. Chi entra tardi nel mercato del lavoro, chi alterna contratti brevi e periodi di inattivitร involontaria, accumula buchi che nessuna retorica sullโimpegno individuale puรฒ colmare.
La legge di Bilancio 2026, davanti a questo scenario, resta ferma. Non interviene sui salari, non rafforza la contribuzione, non corregge la precarietร . Anzi, la cristallizza. Gli sgravi contributivi alle imprese per le assunzioni giovanili riducono il costo del lavoro senza incidere sulle buste paga. Il lavoro dei giovani viene trattato come โlavoro scontatoโ, non come un investimento. Il risultato รจ una generazione che versa meno contributi oggi e riceverร meno diritti domani.
Lara Ghiglione, segretaria confederale della Cgil, lo dice senza giri di parole: ยซDire a un giovane che deve lavorare fino a 46 anni di contributi quando oggi guadagna meno di 14.000 o 22.000 euro lโanno significa costruire una precarietร permanenteยป. ร una frase che pesa perchรฉ poggia sui numeri, non sulle intenzioni.
La narrazione del governo e i numeri che la smentiscono
Nella conferenza stampa di fine anno, Giorgia Meloni ha rivendicato unโItalia che cresce, unโoccupazione โrecordโ, unโattenzione particolare ai giovani grazie agli incentivi e alla stabilitร dei conti pubblici. ร una narrazione coerente con se stessa, ma incoerente con i dati. Lโoccupazione cresce anche quando il lavoro รจ povero. I contratti aumentano anche se le retribuzioni restano basse. La stabilitร dei conti viene perseguita scaricando il costo sulle generazioni piรน giovani.
I numeri Inps mostrano che un giovane su tre รจ giร oggi in condizione di povertร lavorativa. Mostrano che la distanza salariale tra giovani e adulti non si riduce. Mostrano che la legge di Bilancio non corregge queste distorsioni, ma le accompagna, sostituendo diritti strutturali con bonus selettivi e temporanei. Quando dal palco si parla di futuro garantito, dai dati emerge un futuro ipotecato.
Lavoro povero e questione abitativa
Cโรจ poi la questione abitativa, che rende il quadro ancora piรน rigido. Con salari sotto i 14.000 o i 22.000 euro, lโaffitto diventa una trappola. La Manovra riduce drasticamente il Fondo per la morositร incolpevole, lasciando i giovani esposti a sfratti e indebitamento. Anche qui, la distanza tra racconto e realtร รจ netta.
ยซUnโaltra strada รจ possibileยป, insiste Ghiglione. Salari dignitosi, lavoro stabile, politiche industriali e sociali che guardino alla qualitร dellโoccupazione. ร unโalternativa che chiama in causa scelte precise. Perchรฉ il lavoro povero giovanile non รจ un effetto collaterale: รจ il prodotto di decisioni politiche che hanno scelto di non intervenire. E i dati, piรน delle conferenze stampa, continuano a dirlo con ostinata chiarezza.