Il regalo di Natale di Trump: morti e violenze in Palestina. Rivolta contro Gerusalemme capitale d’Israele

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Altri due morti e centinaia di feriti che si potevano evitare, e che richiamano altra tensione in Medioriente e altro terrore in tutto il mondo. Il regalo di Natale scelto quest’anno da Trump non scuote solo la Cisgiordania, ma l’intero universo arabo. E non promette niente di buono anche per l’Europa, dove incombe l’incubo del terrorismo sui grandi flussi turistici del fine anno. Insieme alla preghiera di migliaia di palestinesi radunati ieri sulla Spianata delle Moschee si è rafforzata la protesta per la decisione del presidente americano di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo così di fatto la città santa per diverse religioni come nuova capitale dello Stato ebraico. Un gesto simbolico che Israele chiedeva da moltissimi anni e che le amministrazioni Usa avevano sempre promesso ma mai realizzato, proprio per non aggiungere benzina sul fuoco che da sempre cova sotto la cenere in quell’area, quando quello stesso fuoco non si trasforma in pericolosissimi incendi. Esattamente quanto sta accadendo adesso. E se a Gerusalemme centinaia di poliziotti, a piedi e a cavallo, hanno tenuto la situazione sotto controllo, evitando incidenti gravi, non è andata allo stesso modo a Betlemme e in varie altre località della Cisgiordania, dove in serata si contavano almeno 200 feriti, oltre ai due uomini uccisi dalle forze di sicurezza sul confine tra Israele e Gaza. In quella zona si è concentrata la rabbia dei palestinesi che hanno scagliato sassi e incendiato pneumatici, costringendo l’esercito a sparare “selettivamente” – come è stato detto – verso coloro che sono stati individuati come i principali istigatori.

Segnali allarmanti – Negli ospedali intanto non c’è più posto. Ai feriti di ieri vanno aggiunti infatti anche quelli del giorno prima, almeno altri trenta, tutte colpite dai lacrimogeni e dai proiettili di gomma usati dalla polizia israeliana. La risposta è stata la chiamata di Hamas alla nuova Intifada, cioè l’ordine generale di colpire l’oppressore, sia esso israeliano o occidentale. Un appello che non è stato ignorato, visto il gran numero di incidenti di ieri e le proteste formali arrivate dai musulmani di mezzo mondo, dalla Tunisia al Kashmir, dall’Egitto al Pakistan, dalla Giordania alla Turchia, dall’Iran all’Indonesia, dalla Malaysia al Bangladesh.

L’appello di Parigi – La mossa decisa unilateralmente dall’amministrazione Usa ha messo come al solito le cancellerie europee di fronte al fatto compiuto. E dopo le solite tenui critiche di routine a Trump, ora si cerca una difficile via d’uscita. Il presidente francese Macron ha lanciato un appello “alla calma e alla responsabilità” e il ministro degli Esteri, Jean-Yves Le Drian, durante un’intervista radiofonica ha dichiarato che gli Stati Uniti si sono auto-esclusi dal processo di pace: “Sento alcuni, incluso Tillerson, dire che è il momento dei negoziati. Finora avrebbero potuto avere un ruolo di mediazione in questo conflitto ma si sono esclusi da soli”.