La ricchezza degli italiani è aumentata, ma è finita sempre più nelle stesse mani. E mentre il Paese resta quasi fermo da un quarto di secolo, il governo Meloni continua a proporre ricette fiscali che rischiano di allargare ulteriormente il divario tra chi ha molto e chi vive di stipendio o pensione. È il quadro che emerge dalla ricerca dell’Osservatorio della Fondazione Fiba di First Cisl: negli ultimi dieci anni la ricchezza delle famiglie italiane è cresciuta del 22%, l’incremento più basso dell’eurozona, contro una media del 60% e il +87% della Germania. Non solo. Quella poca crescita si è concentrata soprattutto verso l’alto.
In Italia aumentano le disuguaglianze e la ricchezza non viene più redistribuita
Dal 2015 al 2025 l’incremento complessivo della ricchezza italiana è stato di 2.107 miliardi, ma circa il 45%, pari a 937 miliardi, è arrivato da azioni non quotate e altri titoli di capitale, posseduti per il 98,3% dalle famiglie più abbienti. Il risultato è una fotografia impietosa delle disuguaglianze. Il 5% delle famiglie detiene ormai oltre il 50% della ricchezza netta del Paese, mentre alla metà meno abbiente resta appena il 7,3%. Quindici anni fa quel 5% più ricco possedeva circa il 40%. La ricchezza non è stata redistribuita: è risalita verso l’alto. E la politica, invece di invertire la rotta, continua troppo spesso ad accompagnarla.
Soffre il ceto medio
A pagare il conto è soprattutto il ceto medio: quello che lavora, paga le tasse e sostiene i consumi. Secondo la segretaria generale della Cisl Daniela Fumarola, al netto dell’inflazione ha perso tra un quarto e un terzo della propria ricchezza. Senza una crescita robusta del Pil e un forte aumento delle retribuzioni, avverte First Cisl, la concentrazione è destinata ad aumentare ancora. Il vero fallimento italiano è nella crescita. “In venticinque anni l’economia italiana è cresciuta di circa il 10%, quella francese del 35%, quella spagnola del 50%”, ricorda Fumarola.
Punto di non ritorno
Dal 1995 la produttività è avanzata appena dello 0,3% l’anno. Investimenti insufficienti, innovazione debole e formazione trascurata hanno frenato il Pil e zavorrato le buste paga. “Oggi siamo a un punto di non ritorno”, avverte la leader della Cisl. Eppure proprio mentre questi numeri chiederebbero una svolta su salari e redditi medio-bassi, nella maggioranza si torna a parlare di ampliare la flat tax per gli autonomi oltre i 100 mila euro. Una priorità che fotografa bene la distanza tra i problemi del Paese e l’agenda della destra. Fumarola la definisce “iniqua” e uno schiaffo a lavoratori e pensionati che, pur guadagnando meno, finiscono per sopportare un peso fiscale maggiore.
La ricetta della Cisl
La ricetta indicata dalla Cisl va nella direzione opposta: riduzione dell’Irpef per il ceto medio, innalzamento a 60 mila euro della soglia dell’aliquota più alta, restituzione del fiscal drag, detassazione delle tredicesime, sgravi sui premi di produttività e minori imposte sul lavoro notturno e festivo. Per i pensionati, rivalutazione piena e ampliamento della quattordicesima. Le risorse, sostiene Fumarola, vanno cercate nei quasi cento miliardi di evasione fiscale, fermando la stagione delle rottamazioni e chiedendo un contributo maggiore a rendite ed extraprofitti. Non una patrimoniale, ma l’applicazione reale della progressività fiscale.
Oggi, denuncia la Cisl, l’Irpef grava soprattutto su dipendenti e pensionati, mentre quote crescenti di reddito vengono sottratte alla progressività attraverso aliquote piatte. Anche First Cisl propone di riportare il risparmio nell’economia reale, sostenendo le micro, piccole e medie imprese attraverso un fondo nazionale garantito e coordinato da Cassa depositi e prestiti.
Ma il messaggio politico dei numeri è ormai difficile da aggirare: un Paese che in venticinque anni cresce appena del 10% e concentra metà della ricchezza nelle mani del 5% delle famiglie non può permettersi un governo che continua a discutere di nuovi privilegi fiscali per chi sta meglio. La priorità dovrebbe essere una sola: salari, lavoro stabile e redditi medio-bassi. Altrimenti il “punto di non ritorno” evocato dalla Cisl rischia di non essere più un allarme, ma il bilancio di una scelta politica.