Intelligenza artificiale: l’Europa spende 20 miliardi per l’AI e non costruisce niente. La sproporzione con gli investimenti delle Bight Tech Usa parla da sola

Intelligenza artificiale: Dalle gigafactory all'AI Act, l'Ue accumula ritardi mentre gli hyperscaler Usa spendono 700 miliardi in un anno

Intelligenza artificiale: l’Europa spende 20 miliardi per l’AI e non costruisce niente. La sproporzione con gli investimenti delle Bight Tech Usa parla da sola

Ventiquattro mesi fa Ursula von der Leyen salì sul palco del vertice sull’intelligenza artificiale di Parigi e annunciò InvestAI: 20 miliardi di euro per fare dell’Europa “un continente dell’IA”. Di questi, 20 miliardi destinati alle “gigafactory”, supercalcolatori da oltre 100mila chip ciascuno. L’annuncio fu accolto con il consueto entusiasmo istituzionale. Poi arrivò la realtà.

Politico ha ricostruito i termini di quello che definisce uno spreco potenziale da 20 miliardi: l’accusa è che l’Ue stia costruendo infrastrutture di calcolo che rischiano di non servire allo scopo. Le gigafactory non esistono ancora. Il bando è slittato all’inizio del 2026. Nel frattempo Amazon ha annunciato per quest’anno una spesa da 200 miliardi per l’IA. Google 185. Microsoft e Meta rispettivamente 145 e 135.

I numeri non mentono mai quanto le promesse

La spesa europea per infrastrutture cloud sovrane è stimata a 10,6 miliardi nel 2026, un aumento dell’83 per cento anno su anno che resta una frazione rispetto agli investimenti americani. Arthur Mensch, Ceo di Mistral AI, la sola azienda europea in partita sui modelli linguistici avanzati, ha sintetizzato: «L’Europa sta costruendo un’eccellente regolamentazione con l’AI Act, ma non ci si regola fino alla supremazia computazionale».

Fabbriche, gigafactorie, ecosistemi

Su carta, InvestAI è un salto rispetto alle tredici AI Factory già selezionate, tre delle quali figurano tra i primi dieci al mondo: Jupiter a Jülich al quarto posto, Lumi a Kajaani al nono, Leonardo a Bologna al decimo. Un’analisi delle factory selezionate prima dell’ottobre 2025 rivela la tensione: adatte alla ricerca su modelli medi, non a generare innovazione commerciale a scala continentale.

I consorzi sono composti in larga parte da istituzioni di ricerca, il settore privato è quasi assente. La quota dell’Unione è fissata al massimo al 17 per cento dei costi di ogni gigafactory: il resto deve arrivare dai privati, che stanno a guardare.

Il fantasma di Gaia-X

Prima delle gigafactory c’era Gaia-X. Lanciata nel 2019 per sottrarre dati agli hyperscaler americani, è diventata il simbolo dell’impotenza travestita da ambizione strategica. Dispute interne e un’esecuzione lenta l’hanno ridotta a un palcoscenico per recitare la sovranità digitale senza realizzarla. Le aziende americane sono entrate nel progetto e lo hanno modellato: i tre grandi hyperscaler statunitensi gestiscono ancora il 70 per cento dei servizi digitali europei.

Il Chips Act 2 rilancia una strategia che nella prima versione non è riuscita ad aumentare la produzione continentale di semiconduttori. La spesa in ricerca e sviluppo nell’Ue è di 794 euro pro capite, contro i 2.051 degli Stati Uniti. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno prodotto circa quaranta modelli di fondazione avanzati, la Cina quindici, l’Ue circa tre.

L’AI Act e il freno a mano

L’AI Act, entrato in vigore nell’agosto 2024, stava già scivolando prima di applicarsi. La Commissione non ha rispettato la scadenza del 2 febbraio 2026 per le linee guida sui sistemi ad alto rischio e molti Stati membri non hanno ancora designato le autorità competenti. La risposta è stata il “Digital Omnibus”, presentato il 19 novembre 2025: rinvio delle norme da agosto 2026 a dicembre 2027. Peter Norwood, ricercatore di Finance Watch, lo chiama “deregolamentazione per accelerare”, con i consumatori a pagarne il prezzo. Con 62 iniziative su 96 prive di budget dichiarato, è impossibile verificare se le risorse corrispondano alle ambizioni.

Galileo arrivò tardi e fuori budget. Gaia-X è rimasta su carta. Il bando per le gigafactory ha già slittato, e gli hyperscaler pianificano quasi 700 miliardi di dollari di investimenti per il solo 2026. L’Europa risponde con 20 miliardi, in parte pubblici, in parte sperati.

Qui non si tratta di pessimismo. Si tratta di aritmetica.