A Brescia la nuova valutazione dell’invalidità civile è arrivata per prima, il 1° gennaio 2025. E sempre a Brescia si è visto quanto pesa la parola semplificazione, perché i progetti di vita attivati erano una quarantina su una platea di circa 1.500 persone, come ha ricostruito il Fatto Quotidiano, che ha raccolto l’allarme delle associazioni Ledha e Fand. Una riforma dell’accesso si misura contando chi accede. Qui è successo esattamente l’opposto.
Secondo il dossier dello Spi Cgil curato dai segretari nazionali Stefano Cecconi e Lorenzo Mazzoli, nelle nove province della prima fase le istanze di invalidità civile sono calate del 13 per cento, cioè 19.871 domande mai presentate, nelle undici entrate il 30 settembre 2025 la flessione è salita al 17 per cento con 15.335 pratiche perse, e nelle quaranta aggiunte dal 1° marzo 2026 il calo arriva al 30 per cento e a 54.440 domande sparite, per un totale di 89.646 istanze in meno sulle sessanta province che il sindacato ha monitorato. Lo Spi la chiama “una micidiale selezione per le persone più deboli”. Parole grosse, che però reggono.
Quello che il decreto chiama semplificazione
Ma allora cos’è quella che il decreto legislativo 62/2024 chiama semplificazione? La domanda amministrativa sparisce, tutto parte dal certificato medico introduttivo che un medico invia online, e l’Inps diventa titolare unico dell’accertamento. Chi fino a ieri entrava in un patronato e ne usciva con la pratica avviata adesso deve cercarsi un medico che sia iscritto alla piattaforma, farsi compilare un certificato con diagnosi codificata, e poi rientrare da solo sul portale con lo Spid. I patronati sono rimasti fuori dalla partenza, e per anziani e malati cronici significa cavarsela da soli.
Lo stesso dossier indica fra le cause i costi della certificazione medica e la carenza di medici. Il confronto fra territori smonta pure la spiegazione più comoda, quella degli abusi, perché secondo l’Osservatorio previdenza della Cgil le domande previdenziali di invalidità e inabilità sono scese del 13,1 per cento dove la riforma è partita, mentre altrove crescevano dell’1 per cento. Le malattie, evidentemente, hanno imparato a rispettare i confini amministrativi.
Il traguardo europeo è già tagliato
Su quei numeri, come ha riportato l’Osservatorio Malattie Rare, Ilenia Malavasi (Pd) ha depositato alla Camera un’interrogazione ai ministri del Lavoro e per le Disabilità il 4 giugno 2026. Da allora il calendario è andato avanti per conto suo, e qui conta più dei risultati, perché la riforma della disabilità è la Riforma 1.1 della Missione 5 del Pnrr e le sue scadenze europee sono state rispettate tutte, dalla legge delega 227/2021 in poi, con 275 milioni l’anno a regime. Sul tabellone di Bruxelles il traguardo risulta tagliato. Nelle sessanta province lo hanno tagliato quasi novantamila domande che nessuno ha presentato.
La ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli ha riunito l’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità il 4 agosto 2026, ha messo al centro la formazione e ha detto che il welfare attuale ha smesso di cogliere i bisogni in maniera integrata. Un mese prima la Fish, la federazione delle associazioni di persone con disabilità, aveva chiesto allo stesso ministero i decreti correttivi, perché le criticità dei territori rischiano di compromettere l’entrata a regime. Alla richiesta di correttivi, insomma, ha fatto seguito un piano di formazione.
Il 1° gennaio 2027 il sistema arriva ovunque, e da quel giorno chi rinuncia smette di essere un numero della sperimentazione e diventa il funzionamento ordinario. La lettura ufficiale sarà pronta, e perfino elegante: le domande calano perché il sistema è più efficiente. Fra la semplificazione promessa e chi si arrende allo sportello stanno un certificato da pagare e un portale da compilare da soli. La pratica più semplice, ormai, è quella che si lascia perdere.