Il 40 per cento del valore delle merci che l’Islanda ha venduto all’estero nei dodici mesi fino a luglio 2026 è pesce (lo scrive l’istituto di statistica islandese) e quella cifra spiega il referendum di sabato meglio delle analisi sull’irrazionalità degli elettori islandesi. Il 52,8 per cento ha detto no alla ripresa dei negoziati con l’Unione europea, il 47,2 ha detto sì. Alle urne è andato l’82,5 per cento degli aventi diritto: 225.031 persone su meno di quattrocentomila abitanti, 118.040 schede contrarie e 105.399 favorevoli. Un’affluenza che qui ce la sogniamo.
Il sì ha vinto in due circoscrizioni su sei, tutte e due dentro Reykjavík, mentre fuori dalla capitale il no ha superato il 60 per cento nelle aree rurali. La solita frattura fra città e campagna, si è detto subito. Solo che le campagne islandesi sono i moli dove si scarica il merluzzo, e chi ci lavora sapeva benissimo su che cosa stesse votando. Il fronte del no lo guidava Guðrún Hafsteinsdóttir, del Partito dell’indipendenza.
Il paese che le regole le applica senza votarle
L’Islanda sta nello Spazio economico europeo dal 1994 e dentro Schengen, cioè applica il grosso del diritto del mercato interno restando fuori dalle stanze in cui viene scritto, senza un seggio al Consiglio né al Parlamento europeo: l’Efta, che l’accordo lo amministra, conta oltre 9.500 atti europei entrati nell’accordo negli anni, di cui circa 5.000 ancora in vigore. La sovranità in discussione sabato era già ceduta per la parte più corposa, e ceduta senza voto. Restava aperta l’unica materia pesante che l’accordo lascia fuori, la politica comune della pesca, e gli islandesi si sono tenuti quella. È aritmetica pura: si conservano le quote e ci si tiene le regole altrui.
Poi è arrivato il coro italiano, che il referendum l’ha letto senza aprire un dato. “In Islanda il popolo ha scelto: questa si chiama Democrazia”, ha scritto la Lega sui social, “se un progetto è così vincente ed efficace, perché viene bocciato dai cittadini?”. Come ha registrato l’Ansa, l’eurodeputato Roberto Vannacci, presidente di Futuro Nazionale, ha spiegato che gli islandesi rifiutano di “dire addio alla loro identità” e di farsi dire da Bruxelles quale energia usare, in un paese che l’energia se la produce in casa, da acqua e geotermia, mentre Carlo Fidanza (FdI), capodelegazione al Parlamento europeo, ha attribuito il voto degli islandesi alle “politiche scellerate” europee sulla pesca, proprio quelle che l’Italia scrive da dentro, sedendo al tavolo che gli islandesi hanno evitato. Sulla pesca, appunto: la sola materia su cui gli islandesi potevano davvero votare.
La colpa, insomma, è degli islandesi
La spiegazione più sbrigativa, del resto, l’hanno data i suoi avversari. Bernard Guetta, eurodeputato francese di Renew, alla Stampa ha detto che l’isola ha deciso di “rimanere in disparte dal mondo e dalle sue sfide” e che la sconfitta riguarda gli islandesi prima di Bruxelles. Sandro Gozi, di Renew Europe e segretario generale del Partito democratico europeo, sul Corriere della Sera ha archiviato gli argomenti vincenti come “tutti molto emotivi, poco razionali, poco corrispondenti alla realtà, in alcuni casi notizie false”. Il senatore Filippo Sensi (Pd) è stato più spiccio: “mi fanno pena”. L’Europa ha perso un referendum e il colpevole l’ha trovato in mezz’ora, cioè chi ci ha votato.
La premier Kristrún Frostadóttir, che quel voto l’aveva voluto e per il sì si era spesa, ha definito il risultato «una vittoria per la democrazia» e ha chiuso la questione fino al 2028: la domanda di adesione era del 2009, i negoziati si erano congelati nel 2013, e adesso restano lì. Il 16 settembre Ursula von der Leyen terrà il discorso sullo stato dell’Unione. Difficilmente citerà il merluzzo degli islandesi. Peccato che le percentuali si contino sui moli, e non nelle sale dove si spiega alla gente che ha votato male.