La beffa del tetto ai prezzi sulla benzina: a guadagnarci sono solo le grandi aziende

Il price cap su benzina e diesel può diventare un grande vantaggio per le aziende più grandi, che si salvano anche dalla tassa sugli utili.

La beffa del tetto ai prezzi sulla benzina: a guadagnarci sono solo le grandi aziende

Il rischio è che anche il price cap per i carburanti si trasformi in un bluff. Sia perché non ci sono certezze sulla sua durata e sulla sua applicazione, sia perché così il governo rinuncia (almeno per ora) a una tassa sugli extraprofitti. Con la conseguenza che, se gli automobilisti possono esultare (senza esagerare), i piccoli gestori non hanno proprio nulla da festeggiare. La mossa di Eni, seguita anche da Ip, di imporre un tetto ai prezzi di benzina e diesel riguarderà quasi la metà dei distributori, lasciando fuori però tutte le pompe bianche. Che, non a caso, stanno pensando a un esposto all’Antitrust. Nel frattempo, il governo di Giorgia Meloni esulta ma il rischio è che ora siano le compagnie ad avere il coltello dalla parte del manico.

Price cap per benzina e diesel, dopo Eni tocca a Ip ma i prezzi scendono poco

Dopo Eni, anche Ip ha imposto il price cap, partito in quasi 300 distributori con la prospettiva di coinvolgere sempre più punti vendita nei prossimi giorni: anche per la società azera il tetto applicato è di 1,99 euro per la benzina e 2,19 per il gasolio. La partenza, però, è al rilento se andiamo a vedere gli effetti dei prezzi calmierati. Ieri mattina il prezzo della benzina in Italia era di 2,152 euro al litro contro i 2,159 del giorno precedente, mentre per il gasolio si è scesi a 2,369 dai 2,377 di domenica. Un calo minimo e che non riflette la portata degli sconti applicati da chi detiene quasi la metà delle quote di mercato.

L’effetto, come sottolinea il presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, Massimiliano Dona, è stato limitato ed è maggiore solo nelle regioni dove la rete di Eni è più presente, come Friuli-Venezia Giulia e Lazio. L’effetto traino si vedrà meglio nei prossimi giorni e bisognerà vedere anche cosa succede nelle stazioni Eni, dopo che ieri il carburante è andato esaurito in moltissimi distributori. Ma intanto, prosegue Dona, “il governo deve fare la sua parte e non può lavarsene le mani come Ponzio Pilato, magari attribuendosi il merito dell’iniziativa di Eni”. Assopetroli, pur accogliendo con favore le iniziative di Eni e Socar-Ip, chiede che la misura venga estesa “alle vendite all’ingrosso per raggiungere famiglie e imprese che oggi ne restano escluse” e garantire una concorrenza equilibrata tra tutti gli operatori.

La strategia di Eni, tra vantaggio competitivo e tassa sugli extraprofitti

L’esaurimento del carburante in alcune stazioni ci dice anche che quella di Eni è stata una mossa pure di mercato: guadagni meno per ogni litro, ma attrai molti più clienti con lo sconto. Sia durante il periodo in cui lo applichi, sia magari in futuro. Non è un caso, quindi, che i gestori delle pompe bianche abbiano una valutazione diversa di questa iniziativa, con la Figisc che parla di “svantaggio competitivo” e ipotizza di rivolgersi all’Antitrust per un eventuale abuso di posizione dominante. A muovere critiche sono anche i taxi e il trasporto su tir, considerando che il price cap non riguarda la distribuzione all’ingrosso. Il primo stop del settore è quello annunciato dal Comitato autotrasporto siciliano: i tir si fermeranno da venerdì 16 a martedì 20 ottobre.

Poi entra in gioco un secondo aspetto della mossa di Eni: evitare la tassa sugli extraprofitti. Il governo, dopo aver speso oltre 2 miliardi sul taglio delle accise, ha finito i soldi e ha cambiato strategia: lo sconto verrà sostituito dalle accise mobili e intanto 2,3 miliardi verranno spesi per lo stop al bollo auto, una misura ritenuta molto più incisiva dal punto di vista elettorale, nell’anno del voto. L’unica soluzione rimasta al governo era quella della tassa sugli extraprofitti per racimolare risorse, ma la mossa di Eni – dopo la moral suasion in questa direzione anche dello stesso governo – chiude per ora la partita.

C’è però una grossa differenza rispetto alla tassa sugli extraprofitti: così a dettare le regole del gioco è Eni e non il governo. La società può interrompere il price cap quando vuole, può alzare dopo i prezzi e non si ha neanche la certezza di quanto duri lo sconto. Tra l’altro Eni non ha comunicato a quanto ammonta la cifra a cui rinuncia, come fatto per esempio in Francia da TotalEnergies, che un price cap molto simile – anche nelle cifre – lo ha adottato già da marzo, stimando tra i 250 e i 300 milioni di mancati utili.