La corsa al riarmo europeo non è più una formula da vertice internazionale. È una scelta di bilancio: decidere dove mettere i soldi pubblici e da dove toglierli. È questo il nodo del rapporto “Europa: quale difesa?”, realizzato da Iriad, l’Istituto di ricerche internazionali di Archivio Disarmo, e promosso da Marco Tarquinio, deputato europeo del gruppo dei Socialisti e Democratici eletto da indipendente nelle liste del Pd. Il punto non è negare il diritto dell’Europa a difendersi. Il punto è chiedersi se la sicurezza possa essere ridotta a una moltiplicazione di spesa militare, mentre sanità, scuola, pensioni e politiche sociali restano sotto pressione.
La corsa al riarmo è una scelta politica. Il rischio è dissanguare il Welfare
I numeri spiegano la direzione imboccata dall’Unione. Il piano ReArm Europe/Readiness 2030 prevede il Safe, uno strumento da 150 miliardi per sostenere appalti comuni in munizioni, difesa aerea, intelligenza artificiale e capacità militari. A questo si aggiunge la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità, che consente agli Stati di aumentare la spesa per la difesa fino all’1,5% del Pil. La stima complessiva è enorme: almeno 800 miliardi di euro di investimenti militari nei prossimi quattro anni. Una montagna di risorse che rischia di cambiare il volto dell’Europa più di tante dichiarazioni sulla pace.
Paradosso
Il paradosso è che questa corsa agli armamenti viene presentata come “difesa comune”, ma comune lo è solo in parte. Il rapporto ricorda che, tra l’inizio della guerra in Ucraina e il giugno 2023, il 78% degli acquisti militari degli Stati membri è finito verso Paesi terzi, con una quota statunitense pari al 63%. Nel 2022 appena il 18% della spesa per equipaggiamenti militari è stato destinato ad acquisizioni congiunte europee. Altro che autonomia strategica: l’Europa aumenta la spesa, ma continua a comprare fuori e resta frammentata tra interessi nazionali e dipendenze atlantiche.
Il prezzo sociale
Il prezzo sociale è il grande rimosso del dibattito. Archivio Disarmo richiama il dilemma “burro o cannoni”: ogni euro in più destinato alle armi può diventare un euro in meno per welfare, sanità, istruzione e protezione sociale. Dopo il 2022 la spesa militare dell’Ue ha registrato un’impennata sincronizzata, mentre il debito pubblico medio dei Ventisette è stabilmente sopra il 70% del Pil. Non siamo davanti a una spesa neutra: se non si fanno nuovo debito o nuove tasse, le risorse si prendono da altri capitoli.
Il caso italiano è il più delicato. Secondo Fabrizio Battistelli, presidente e cofondatore di Iriad, l’impegno Nato al 3,5% del Pil per la sola difesa militare, accettato anche dal governo italiano, è “esorbitante”. Tradotto in cifre, nel 2035 significherebbe per l’Italia una spesa militare di 83 miliardi e 950 milioni di euro. Una cifra astronomica per un Paese con un debito stabilmente sopra il 100% del Pil, che fatica a finanziare il Servizio sanitario nazionale, vede l’istruzione scivolare in fondo alla classifica tra le principali economie europee e continua a rinviare investimenti su salari, scuola, trasporti, casa e ambiente.
La matematica non fa sconti: davanti a una spesa militare vicina agli 84 miliardi, le strade sono tre. O si aumenta ancora il debito; o si aumentano le tasse; o si spostano risorse da pensioni, istruzione e salute verso il riarmo. Il rapporto non propone un’Europa inerme. Propone una difesa “a due braccia”: militare e civile. Significa costruire sicurezza senza cedere all’idea che la risposta a ogni crisi sia solo produrre più armi. Diplomazia, prevenzione dei conflitti, cooperazione, corpi civili di pace e sicurezza sociale sono anch’essi strumenti di difesa. L’alternativa è un’Europa che spende sempre di più per prepararsi alla guerra e sempre meno per proteggere concretamente i suoi cittadini. Il riarmo non è un destino inevitabile. È una scelta. E come tutte le scelte può, e deve, essere cambiata.