La farsa delle finte vendite con in mezzo la solita Cassa Depositi e Prestiti. E un festival di conflitti d’interessi

di Stefano Sansonetti
Primo piano

Cassa Depositi e ricorsi storici, verrebbe da dire. Il fatto è che nelle ultime 48 ore è andato in scena il solito balletto della finta privatizzazione con corollario di molteplici conflitti di interesse, a monte e a valle. Nell’operazione che porterà il ministero dell’economia a conferire il 35% di Poste alla Cassa Depositi e Prestiti, nell’ambito di un aumento di capitale da 2,9 miliardi al termine del quale il Tesoro si rafforzerà nella compagine della medesima Cassa, i punti oscuri non mancano. Il primo elemento lampante è che in assenza di idee industriali brillanti, e certo non da adesso, il Governo guidato da Matteo Renzi non trova niente di meglio da fare che utilizzare la Cdp, approfittando del fatto che la società è fuori dal bilancio dello Stato. Ora, è vero che l’aumento di capitale della Cassa, da liberarsi mediante conferimento da parte del Mef del 35% di Poste, è un’operazione che ha l’obiettivo primario di rafforzare il patrimonio “sofferente” della stessa Cdp. Ma è altrettanto vero che ci si libera solo formalmente di una partecipazione cedendola a una società, appunto la Cassa, nella quale lo stesso Tesoro è destinato ad aumentare la presa (dall’80 all’85%).

IL PERIMETRO – Per carità, il secondo step sarà la cessione sul mercato del 29,7% residuo di Poste in mano al Tesoro. Ma il meccanismo un po’ furbesco di mettere in mezzo la Cassa non cambia. E qui c’è un primo e sin troppo evidente rischio di conflitto di interesse. Si dà infatti il caso che Poste percepisca 1,6 miliardi di euro da Cdp come commissione di gestione della raccolta postale. Non risulta quindi da manuale del contrasto ai conflitti d’interesse una situazione in cui Poste risulterà controllata in maggioranza da una sua controparte contrattuale come Cassa. Ma non finisce qui. Per giorni, prima della comunicazione dell’operazione da parte di Tesoro e Cdp, gli analisti della società Equita, controllata da Alessandro Profumo, hanno sponsorizzato a più non posso tra gli investitori la bontà dell’operazione. Riferendosi proprio alla convenzione sulla raccolta del risparmio postale, la società ha per esempio detto che “il passaggio del controllo di Poste a Cdp dovrebbe ridurre il rischio di revisione del contratto, che scade nel 2019”. E ancora, scriveva Equita, “un più stretto legame di governance fra Poste e Cdp potrebbe portare a sinergie in materia di investimenti”. Tutto molto bello.

IL DETTAGLIO – Peccato che poi l’altro ieri, nel comunicato del Mef relativo all’operazione, venisse riportato nero su bianco che il Tesoro ai fini del conferimento è stato assistito proprio da Equita Sim in qualità di advisor finanziario. Ma non è anche questo un bel conflitto di interessi? Non che la situazione vista da Cdp sia meno imbarazzante. Sempre il 25 maggio, giorno della comunicazione dell’operazione, anche la Cassa Depositi guidata dal presidente Claudio Costamagna e dall’Ad Fabio Gallia fa il suo bel comunicato. Nel quale viene messo nero su bianco che in qualità di advisor finanziario la società è stata assistita da Goldman Sachs, ovvero la banca d’affari americana in cui in passato ha militato per ben 18 anni lo stesso Costamagna. Ma forse è meglio fermarsi qui, per carità di patria. Del resto era solo il 2012 quando il Governo Monti, in una delle tante ondate di finte privatizzazioni, spinse Cdp ad acquistare da Tesoro e Sviluppo Economico tre spa controllate come Sace, Fintecna e Simest. Un incasso di una decina di miliardi, sfruttando il solito giochetto della Cassa fuori dal perimetro pubblico. Di vere privatizzazioni, nel frattempo, neanche l’ombra.

Tw: @Ssansonetti