La Giustizia sportiva punisce due volte. Avellino penalizzato nel caso calcioscommesse perché i calciatori l’hanno fatto perdere

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L’Avellino penalizzato di 3 punti per l’inchiesta sul calcioscommesse. La squadra, attualmente a metà classifica in serie B, ripiomba nella lotta alla retrocessione. Il motivo? Alcuni calciatori, nella stagione 2013/2014, hanno favorito – secondo la sentenza del Tribunale Nazionale Federale – la sconfitta della squadra biancoverde nella partita contro il Modena. Francesco Millesi e Armando Izzo, all’epoca rispettivamente centrocampista e difensore dell’Avellino, hanno condizionato il match. Un verdetto su cui comunque già pende l’annuncio di un ricorso.

La vicenda risale a qualche anno. Alcune intercettazioni ricostruiscono la presunta combine di Modena-Avellino, terminata 1-0, e Avellino-Reggina, finita con il risultato di 3-0. L’inchiesta è proseguita, facendo cadere le prove di punteggio truccato in merito alla sfida con i calabresi. Mentre l’accusa è stata confermata per la prima delle due partite. Un clan di Napoli ha messo a disposizione grandi cifre per avvicinare degli atleti compiacenti e favorire un esito in ottica scommesse. Per il Tnf c’è stato illecito: per questo Millesi è stato squalificato per 5 anni (per lui carriera finita, visto che ha 36 anni) mentre Izzo è stato condannato a 18 mesi di stop.

Dal pronunciamneto, in ogni caso, è stato dichiarato innocente il presidente Walter Taccone. E alla fine sono stati prosciolti anche Mariano Arini, Raffaele Biancolino, Luigi Castaldo, Fabio Pisacane, Fabio Peccarisi, anche loro in maglia biancoverde in quel campionato di serie B. Ma non è bastato: il regolamento prevede infatti la “responsabilità oggettiva” e quindi la società è colpevole di avere tra le loro fila alcuni tesserati hanno assunto una condotta irregolare. Una doppia sanzione, in sostanza, per cui non basta neppure la dimostrazione di innocenza. Certo, la sentenza deve tener presente le leggi vigenti e quindi applicarle. Resta il vero problema: la necessità di riformare il sistema. Perché è inconcepibile che una tifoseria, e una società che investe milioni di euro, debbano pagare il conto a situazioni del genere. È vero che è andata sempre così. Ma sarebbe anche ora di cambiare.

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di Gaetano Pedullà

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