La riforma elettorale sbarca alla Camera. Stress test per Giorgia e il governo

La legge elettorale sbarca alla Camera dove l'esecutivo andò sotto a luglio sulle preferenze che ora vengono riproposte

La riforma elettorale sbarca alla Camera. Stress test per Giorgia e il governo

La commissione Affari Costituzionali della Camera si riunirà questa mattina per proseguire l’esame degli emendamenti alla legge elettorale e poi, con il voto per il mandato al relatore, il testo approvato dal Senato sbarcherà in Aula a Montecitorio per la discussione generale. Ma i fari sono puntati sul primo e sull’otto ottobre. Sono queste, infatti, le giornate nelle quali l’Aula della Camera si esprimerà a scrutinio segreto sulla riforma. Nel primo caso sulle pregiudiziali di costituzionalità delle opposizioni e nel secondo sul voto finale. Nella maggioranza, al momento, si respira ottimismo sullo stress test di Montecitorio. Ma Giorgia Meloni è tornata a ribadire negli ultimi giorni che un passo falso, visto che verrà messa la fiducia, comporterebbe come conseguenza una “presa d’atto” sulla fine corsa per il governo.

La riforma elettorale sbarca alla Camera. Stress test per Giorgia e il governo

E se sulle pregiudiziali non c’è eccessiva preoccupazione, anche dalle parti di FdI, si osserva che quello finale, l’8 ottobre, è un “voto delicato”. Occhi puntati, allora, in particolare, su quanti hanno mal digerito le preferenze su cui il governo è andato sotto a luglio proprio alla Camera e che ora verranno riproposte nella versione approvata dal Senato. Ma attenzione anche alle donne che, già nel primo passaggio alla Camera, si sono fatte sentire sulle mancate quote di genere per i capolista. Antonio Tajani ha assicurato che dalle parti di Forza Italia non ci saranno franchi tiratori. E uguale garanzie dovrebbe offrire la Lega.

Opposizioni in trincea

Eppure nonostante il sentiment prevalente nel governo sia di cauto ottimismo, non manca sicuramente una certa tensione. Ieri, tutti gli emendamenti presentati dalle opposizioni sono stati bocciati. Nel mirino dei partiti di minoranza le preferenze opzionate dal centrodestra, la parità di genere (“scarsa”) e le sottoscrizioni richieste (“quadruplicate” tanto da costituire una “barriera” per alcune liste).

Ed è in particolare la previsione delle firme che dovranno raccogliere le liste che si vorranno candidare alle politiche e che non sono in Parlamento (si passa da 1.500 a 6mila per collegio) ad aver acceso gli animi in Commissione: “Abbiamo almeno due casi, il Molise e la Basilicata in cui per presentarsi sono necessarie, rispettivamente, le firme del 2,5% e dell’1,4% degli aventi diritto al voto” e dunque ci sono “almeno due casi in cui questa previsione è certamente illegittima”, ha spiegato Riccardo Magi di Più Europa.

Nel mirino raccolta firme e parità di genere

“La presentazione delle liste non deve essere disincentivata con barriere assurde”, ha attaccato da Avs Filiberto Zaratti. “Se volete evitare i cespugli fate una soglia di sbarramento alta, ma vi servono le liste più piccole”, quindi questa norma “non solo è incostituzionale ma è anche moralmente riprovevole”, ha detto Vittoria Baldino del M5s. Con il dem Federico Fornaro che ha rilanciato, parlando di una previsione “oggettivamente irragionevole che altera la competizione elettorale in modo grave e inaccettabile”.

“E’ una scelta, che può piacere o no”, fatta per bilanciare la cancellazione della soglia di voti per contribuire al premio, ha risposto Angelo Rossi (FdI), “ma non è illegittima”. “Con lo Stabilicum non avremo un Parlamento per donne – ha attaccato dal Pd la capogruppo Simona Bonafè -. Giorgia Meloni si assume una grave responsabilità: quella di cancellare la parità di genere nella scelta dei capilista e di consegnare al Paese un Parlamento con una rappresentanza femminile più bassa. È un grave passo indietro”. Tra i tanti emendamenti bocciati anche uno di FnV che riproponeva le preferenze pure. Intanto si prepara la mobilitazione fuori dal Parlamento.

Mobilitazione fuori dalle aule

Un gruppo di giuristi, politici ed esponenti della società civile sta già studiando i possibili ricorsi da presentare, da metà ottobre, in una trentina di tribunali puntando a ottenere una sentenza della Consulta prima che si torni alle urne. L’idea, spiega Roberto Zaccaria che sta coordinando il gruppo, è quella di “ricreare lo spirito del referendum” facendo viaggiare in parallelo una serie di iniziative sui territori e i ricorsi che partiranno non appena ( e se) il testo sarà in Gazzetta. “A ottobre si depositeranno – sottolinea Zaccaria – e orientativamente entro tre mesi” la questione potrebbe essere sollevata alla Consulta dai tribunali che ne valuteranno “la non manifesta infondatezza”. A quel punto, calcola l’ex parlamentare, si sarebbe a gennaio e quindi la sentenza della Consulta dovrebbe arrivare prima che si chiuda la legislatura.