Vendemmia 2026: tra cantine piene, vigne a secco. E il ministro Lollobrigida guarda più ai mercati che al clima

Dal 30 ottobre si vende il primo vino dell'anno, figlio del caldo che a Barolo il ministro ha tenuto fuori dal discorso sui mercati

Vendemmia 2026: tra cantine piene, vigne a secco. E il ministro Lollobrigida guarda più ai mercati che al clima

A Barolo, quasi tre settimane fa, il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha tagliato il primo grappolo di Nebbiolo della vendemmia 2026 e, stando alle frasi riportate dall’Adige, ha spiegato che il vino italiano attraversa una «fase di assestamento» da affrontare aprendo nuovi mercati «a partire dall’Asia». Il clima, in quelle frasi, manca. Ed è un’assenza che pesa: un’annata stravolta dal caldo, in bocca al ministro, è diventata una pratica da ufficio export.

Eppure quell’estate sta scritta tutta nei registri delle cantine. In Franciacorta la raccolta è cominciata il 30 luglio per la prima volta nella storia del territorio. Secondo il Post a Montefalco l’hanno chiamata l’annata dei tre dieci, con 10 giorni di anticipo, il 10 per cento di uva in meno e 10 litri di vino persi ogni quintale, mentre in provincia di Chieti dopo oltre 120 giorni senza pioggia la produzione è calata fra il 25 e il 40 per cento rispetto alla media. Con condizioni così variabili Assoenologi, l’istituto pubblico per il mercato agricolo Ismea e l’Unione italiana vini quest’anno hanno rinunciato alla tradizionale stima prima della raccolta: i conti rischiavano di saltare. Contare l’uva è diventato un azzardo.

Quello che finisce nel bicchiere

Nell’acino succede quello che una revisione della letteratura guidata da Cornelis van Leeuwen dell’Università di Bordeaux, uscita nel 2024 su Nature Reviews Earth & Environment, aveva messo in fila: in 40 anni le vendemmie si sono anticipate di due o tre settimane, alcol e pH salgono, l’acidità scende, i vini perdono stabilità microbiologica e col caldo eccessivo gli aromi di frutta fresca lasciano il posto a quelli di frutta cotta. La stessa rassegna stima che circa il 90 per cento delle regioni vinicole tradizionali di pianura e di costa di Italia, Spagna e Grecia rischi di sparire entro la fine del secolo, e l’istituto francese Inrae, coautore dello studio, precisa che il conto vale con un riscaldamento globale oltre i 2 gradi. Perfino il presidente di Assoenologi Riccardo Cotarella, che rivendica per gli enologi il compito di «evitare che sia il clima a decidere» quale vino produrre, come ha riportato Italia a Tavola, ammette che il caldo può accelerare gli zuccheri e abbassare l’acidità.

Per chi beve significa più gradi e meno freschezza, proprio mentre il mercato chiede vini più leggeri. E il bicchiere arriva presto. Dal 30 ottobre per legge si può vendere il novello, il primo vino dell’annata, e da lì il 2026 entrerà nelle case per anni, quando il dibattito pubblico avrà già archiviato il caldo fino alla prossima ondata di luglio. Michele Antonio Fino, docente all’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo, al Post ha detto che «non si tornerà alla normalità climatica a cui siamo abituati».

Il ministro guarda all’Asia

Le contromisure esistono ma costano e chiedono tempo. Stefano Poni dell’Università Cattolica ha spiegato al Post che la quota di aziende viticole italiane con acqua per irrigare «non supera il 20 per cento», e sempre secondo il Post in Campania si irriga appena l’1,17 per cento dei vigneti. Intanto il report Cantina Italia dell’Icqrf, l’ispettorato antifrodi del ministero, al 31 luglio contava ancora 42,6 milioni di ettolitri di vino in giacenza.

Davanti a vigne a secco e cantine piene il ministro ha visto una «fase di assestamento» da curare aprendo mercati in Asia, cioè un problema di vendite dove c’è un clima che nessun mercato orientale abbassa di un grado. Quel Nebbiolo tagliato a Barolo, del resto, diventerà Barolo solo dopo almeno 38 mesi di invecchiamento, quanti ne chiede il disciplinare, e arriverà sulle tavole quando del caldo del 2026 si sarà smesso di parlare da un pezzo. Dentro la bottiglia però ci sarà l’estate che il ministro ha lasciato fuori dal discorso di Barolo.