La maggioranza accelera sul nucleare. Mentre l’Ue ci chiede di puntare sugli investimenti green e sulle rinnovabili, l’unica risposta dall’Italia arriva con il via libera, alla Camera, del disegno di legge delega sull’energia nucleare. Ora l’esame del provvedimento passa al Senato, con l’obiettivo – dichiarato nella delega – di “garantire una produzione di energia stabile e programmabile, indipendentemente dalle condizioni atmosferiche”, integrando le fonti rinnovabili.
Un target che va di pari passo con la riduzione della dipendenza dall’estero, soprattutto dal gas. Si punta, quindi, a sostituire i combustibili fossili, ma il rischio concreto è di farlo nel modo sbagliato tra costi altissimi, un investimento a lunghissimo termine e benefici tutti da valutare anche dal punto di vista economico. Il provvedimento parte dalla dismissione dei vecchi impianti nucleari (o dalla loro riconversione) per puntare sulle nuove tecnologie come gli impianti di dimensioni ridotte (Smr) o i reattori modulari di quarta generazione (Amr), per i quali bisognerà però aspettare ancora a lungo.
Il testo prevede anche la possibilità, per i Comuni, di auto-candidarsi per ospitare i nuovi impianti sul proprio territorio. Il governo ha un anno dall’approvazione definitiva della delega per disciplinare tutti gli aspetti, compresa la gestione dei rifiuti radioattivi. E punta a farlo entro la fine del 2026. I tempi per la produzione di energia attraverso il nucleare sono lunghi, come conferma anche il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, che ammette che ci vorrà “l’inizio del prossimo decennio” per avere le tecnologie a disposizione.
Le destre accelerano sul nucleare: l’opposizione protesta e i dubbi restano
In Aula, durante la discussione, i deputati di Avs hanno protestato esponendo dei cartelli e successivamente con un flash mob all’esterno. Angelo Bonelli, di Europa Verde, ricorda i due referendum che hanno già detto no al nucleare e attacca il governo: “Vogliono un’energia estremamente costosa per continuare a mettere le mani nelle tasche degli italiani. Bloccano le rinnovabili ed è il segno del fallimento della strategia energetica di Meloni”. Ma, soprattutto, Bonelli ricorda che la maggioranza ha bocciato un emendamento che “chiedeva di fermare l’uso militare del nucleare”.
Per il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, “questo nucleare rappresenta il passato”. Il problema, per Conte, è che il governo “non sta parlando di fusione, bensì di fissione. Al contrario, dovremmo investire subito e con forza sulla fusione per non rischiare, come sempre, di arrivare in ritardo su tutto”. Ma, al di là delle proteste delle opposizioni, siamo sicuri che il nucleare rappresenta una vera svolta? I dati sembrano dire qualcosa di diverso. Innanzitutto perché nell’immediato non può essere una soluzione di fronte alla crisi energetica. Ma anche a lungo termine non è probabilmente la soluzione migliore.
I motivi sono diversi, a partire dai costi iniziali molto alti: il Politecnico di Milano stima investimenti minimi di 20 miliardi. Per ogni reattore di terza generazione, poi, le stime parlano di almeno 3,5 miliardi e con tempi lunghi: per averli realmente a disposizione ci vogliono almeno 10-15 anni. Ci sono, poi, i costi di gestione del deposito nazionale delle scorie radioattive. Un deposito che ancora non è stato trovato in Italia e che ci sta già costando carissimo per le vecchie scorie – delle centrali in funzione decenni fa – al momento all’estero. A queste cifre vanno aggiunti i costi di gestione del vecchio nucleare: tra smantellamento delle centrali e rifiuti si stimano quasi 13 miliardi spesi. E non basta, perché anche per il futuro gli effetti positivi sono tutt’altro che scontati: come sottolinea l’Agenzia internazionale per l’energia, nel 2023 il costo di generazione dell’elettricità in Europa prodotta da nuove centrali nucleare è stata di 170 dollari al megawattora, contro i 50 del fotovoltaico o i 60 dell’eolico onshore. Insomma, non ci sarà neanche un vero risparmio.