Le sanzioni alla Russia stanno fallendo, ma pensare di lasciare il Donbass a Putin è un tabù

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Mentre si continua a combattere e i negoziati tra le parti paiono appesi a un filo, la speranza è che la strada diplomatica intrapresa dall’Occidente nel conflitto tra Russia e Ucraina possa comunque portare a una soluzione. La linea sin da subito sposata dagli organi internazionali come Ue e Nato e dai singoli Stati (Italia compresa) è stata d’altronde sin da subito chiara: fornire armi affinché l’Ucraina, Paese arbitrariamente invaso, possa difendersi; e dall’altra infliggere pesanti sanzioni alla Russia, ai suoi oligarchi, agli interessi economici di Mosca di modo da costringere – e convincere – Vladimir Putin dal desistere dai suoi intenti bellici.

Ad oggi, però, a distanza di più di un mese bisogna riconoscere che la strategia non ha portato ai risultati che tutti noi auspicavamo. Ed è per questa ragione che in varie forze politiche, Movimento cinque stelle in primis, è cominciata ad aleggiare una “terza via”.

L’ipotesi di lasciare a Putin il Donbass

Probabilmente la più difficile da digerire, ma allo stesso modo forse la più rispondente ai criteri della real politik di bismarckiana memoria che, specie in tempi di guerra, appare fondamentale: fare in modo che Putin possa ottenere il Donbass – o una parte di questo – come moneta di scambio per ritirarsi dall’Ucraina. Che questo sia il reale obiettivo del Cremlino, ormai non è più un mistero.

Concentriamo a questo punto l’attenzione sul Donbass, che nelle intenzioni di chi ha negoziato l’accordo Minsk 2 tra Russia e Ucraina avrebbe dovuto ottenere uno statuto di larga autonomia, pur rimanendo sotto la sovranità di Kiev, ma che dal 2014 ha visto frustrate le proprie ambizioni.

Ciò ha dato il via ad una ribellione, una vera e propria guerra civile, con migliaia di vittime da entrambe le parti, quella irredentista e quella lealista. Questo conflitto interno ha fornito al Cremlino il casus belli per l’invasione di cui siamo oggi testimoni e la sua soluzione sarà uno dei punti chiave dei futuri accordi.

Non si può non riconoscere un dato oggettivo: le due regioni che formano il Donbass, quella di Donetsk e quella di Lugansk, ciascuna delle quali più vasta della Lombardia, non sono affatto omogenee dal punto di vista della questione linguistica e dell’atteggiamento politico: in entrambi una larga fascia, confinante con la Russia, guarda a Mosca come un punto d’approdo, mentre per l’altra parte la fedeltà al governo centrale di Kiev è un obiettivo irrinunciabile. E non è poca cosa considerando che, al di là di cosa potrebbe accadere, le divisioni resteranno sia se ci sarà sfera d’influenza ucraina sia se invece prevarrà Mosca.

Un tabù da superare

La storia, d’altronde, sul tema è piuttosto chiara: ogni qualvolta – dalla Jugoslavia all’Africa – si sono decisi confini a tavolino non tenendo conto delle volontà territoriali, conflitti e rappresaglie sono continuate. Ecco perché potrebbe essere opportuna una presa d’atto delle difficoltà della convivenza sotto un’unica amministrazione di comunità così antagoniste e di verificare se non sia possibile la definizione di una linea di demarcazione all’interno dei due oblast tra coloro che vogliono mantenere uno stretto legame con Kiev e chi preferisce invece legarsi in qualche forma alla Russia.

Sarebbe una strada difficilissima da intraprendere. Ma nel momento in cui assistiamo ad uno stallo per il quale tanto le sanzioni quanto l’invio di armi non appaiono risolutivi, bisogna puntare anche su altre vie. Per quanto siano scomode e difficoltose.