Il ricorso è già scritto, aspetta soltanto il numero della legge in Gazzetta Ufficiale. Lo ha preparato la Rete per un voto libero e uguale, più di trenta organizzazioni coordinate dal costituzionalista Roberto Zaccaria, che da luglio tiene pronti gli atti e che lunedì, come ha raccontato Lettera43, insieme a Enrico Grosso annuncerà ricorsi presso tutte le Corti d’appello. Basta che un solo giudice ne accolga uno e la legge di Giorgia Meloni finisce davanti alla Corte costituzionale.
La strada è battuta da dodici anni. Nel 2014 la sentenza 1 smontò il Porcellum partendo dall’azione di un gruppo di elettori, e nel 2017 la sentenza 35 cancellò il ballottaggio dell’Italicum e la scelta libera del capolista eletto in più collegi, dopo che i tribunali di Messina, Torino, Perugia, Trieste e Genova avevano mandato gli atti alla Consulta su una legge mai applicata. Alla Camera il governo ha chiuso la partita con tre fiducie, per sottrarsi ai franchi tiratori che a luglio avevano mandato sotto la maggioranza 188 a 187 sulle preferenze, il metodo di chi teme i propri deputati. Alla Consulta niente fiducia.
Legge elettorale: il nodo delle firme
Il punto più esposto sono le firme. Chi non ha un gruppo parlamentare costituito entro il 31 dicembre 2025 dovrà raccoglierne 6.000 in ogni collegio plurinominale, contro le 1.500 che bastano a chi in Parlamento c’è già, e su 75 collegi fanno 450 mila sottoscrizioni: in Molise e in Basilicata, come ha ricostruito il Post, si supera l’1 per cento degli elettori. Nessun Paese europeo pretende tanto, ha verificato Pagella Politica. È uno sbarramento occulto scritto da chi sta dentro per chi resta fuori, e un giudice dovrà dire se l’articolo 49 e l’articolo 51 valgono anche per chi oggi non siede a Montecitorio.
Poi c’è il listone del premio, 70 deputati e 35 senatori decisi a livello nazionale dalla coalizione e spezzettati sulle schede per circoscrizione, così che ognuno veda solo i nomi del proprio territorio e alla fine passino tutti. Il Post l’ha definita una “ripartizione di comodo”, costruita per schivare la Corte che dal 2014 pretende candidati riconoscibili. Al Senato l’espediente rischia di rompersi sull’articolo 57, che vuole l’elezione su base regionale, perché il premio porterebbe a Palazzo Madama senatori anche delle regioni dove la coalizione ha perso, ed è esattamente lì che, secondo il Post, giuristi non tutti ostili al governo si aspettano la sforbiciata.
Il premier sul modulo, le donne fuori dai capilista
Il nome del candidato premier va depositato insieme al simbolo, pena l’inammissibilità delle liste, e i 120 professori di diritto costituzionale della lettera di maggio, come riportò l’Espresso, lo ritengono in contrasto con l’articolo 92, che affida al Quirinale la nomina del governo. Le candidate perdono la quota del 40 per cento fra i capilista bloccati, i primi a entrare, e secondo le simulazioni riprese dal Post la presenza femminile in Parlamento scenderebbe dal 33 a circa il 15-20 per cento. Grosso, in audizione alla Camera il 13 maggio, aveva richiamato il Codice di buona condotta in materia elettorale della Commissione di Venezia, che sconsiglia di toccare l’impianto del voto nell’anno che precede le elezioni: qui da noi lo si riscrive a meno di un anno dalle urne. E con la fiducia.
Resta il calendario. La sentenza potrebbe arrivare entro febbraio, prima di elezioni attese fra primavera e autunno (per l’Italicum, dalla prima ordinanza di Messina all’udienza del 24 gennaio 2017, passarono undici mesi). Tecnicamente, ci sarebbero i tempi per rimediare, correggendo la legge sulla scorta della decisione della Consulta. Sempre che il Presidente della Repubblica non abbia già sciolto le Camere. Per questo, la data del voto diventa una questione cruciale. Comunque vada, la maggioranza ha speso un anno a blindare la legge contro i propri deputati e l’ha lasciata scoperta proprio lì dove nessuna fiducia arriva. Il ricorso aspetta da luglio, e chiamarla Stabilicum è stato un atto di fede.