La prima crepa della nuova legge elettorale arriva ancora prima del voto. Bastano gli emendamenti depositati ieri alla Camera per certificare quello che da giorni si sussurrava nei corridoi di Montecitorio: il centrodestra è tutt’altro che compatto. E il motivo della frattura è tutt’altro che secondario. Si chiama “preferenze“, cioè il punto più divisivo dell’intera riforma.
Gli oltre duecento emendamenti depositati raccontano una storia precisa: quella di una riforma che avrebbe dovuto rafforzare la maggioranza e che, invece, ne mette in evidenza le fratture.
Capolista bloccato, l’escamotage che non risolve
Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc hanno depositato un emendamento che prova a mediare tra due esigenze opposte: concedere agli elettori la possibilità di scegliere i candidati, ma senza rinunciare al controllo delle segreterie sui futuri parlamentari. Nasce così la formula del capolista bloccato e di un massimo di tre preferenze riservate soltanto ai candidati che seguono nella lista. Una soluzione che, nelle intenzioni dei meloniani, dovrebbe tenere insieme la coalizione.
Peccato che i primi a non esserne convinti sembrino proprio gli alleati. L’emendamento, infatti, non porta le firme di Forza Italia e Lega. Un dettaglio che pesa molto più di quanto Palazzo Chigi vorrebbe far credere. Gli azzurri hanno rinviato ogni decisione a una riunione dei gruppi parlamentari prevista per oggi, mentre il Carroccio continua a prendere tempo. Segno che l’intesa, semplicemente, non c’è.
Donzelli si dice fiducioso, ma…
A provare a minimizzare ieri ci ha pensato Giovanni Donzelli, secondo cui l’emendamento “non divide il centrodestra” e alla fine arriverà il sostegno di tutta la coalizione. Più che una fotografia della situazione, però, sembra un auspicio. Del resto, se davvero la convergenza fosse già stata raggiunta, non ci sarebbe stato motivo per presentare un testo firmato soltanto da una parte della maggioranza. Anche l’Udc Antonio De Poli si è detto “fiducioso” che tutta la coalizione converga sulle preferenze. Ma quando in politica si invoca l’unità, spesso significa che l’unità ancora manca.
Come dovrebbe funzionare: capolista blindati e peones in gara
Nel merito, il compromesso escogitato da FdI lascia comunque un robusto margine di scelta ai partiti. Il capolista continuerà infatti a essere blindato e quindi eletto senza passare dal giudizio degli elettori. Solo gli altri candidati potranno essere scelti con un massimo di tre preferenze, rispettando l’alternanza di genere. Una via di mezzo che conserva il potere delle segreterie sui posti sicuri e concede agli elettori una libertà limitata.
Dalle opposizioni un “no” compatto
Di fronte a una maggioranza divisa, il centrosinistra prova invece a presentarsi compatto. Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra hanno riunito i rispettivi capigruppo in Commissione Affari costituzionali confermando una linea comune: la riforma è “irricevibile” e “inemendabile“. A prescindere dalle preferenze: nel mirino finisce l’indicazione del premier, una sorta di premierato di fatto, e il premio di maggioranza spropositato che consegna pieni poteri alla maggioranza di turno. Tradotto: nessuna trattativa sul testo del centrodestra e battaglia parlamentare fino in fondo.
L’emendamento del Movimento che introduce le vere preferenze
È soprattutto il Movimento 5 Stelle a guidare l’offensiva. I pentastellati hanno depositato un emendamento, a prima firma di Riccardo Ricciardi, che elimina i capolista bloccati e introduce quelle che definiscono “preferenze vere”, una o due, con vincolo di genere.
Il vicepresidente Michele Gubitosa parla senza mezzi termini di “preferenze truffa“, accusando la maggioranza di voler continuare a riempire il Parlamento di nominati. Secondo il M5S, con il sistema proposto dal centrodestra soltanto pochi candidati potrebbero essere realmente scelti dagli elettori, mentre la gran parte continuerebbe a dipendere dalle decisioni delle segreterie. Una soluzione, sostiene Gubitosa, escogitata soltanto per trovare una mediazione dentro una maggioranza “sempre più ai ferri corti”, nella quale “non c’è accordo su nulla”.
I dem contestano anche i cambiamenti sulla rappresentanza degli Italiani all’estero
Anche il Partito democratico prepara la battaglia. Per oggi è stata convocata un’assemblea congiunta dei gruppi parlamentari dedicata alla legge elettorale, mentre Luciano Vecchi ha già contestato uno degli emendamenti del centrodestra che modifica la rappresentanza degli Italiani all’estero, parlando di un tentativo di cancellarne il peso parlamentare.