La Sveglia

L’Idf mette in dubbio le fonti di Naza, per le sue basta la parola

Mohammed Abdel Aziz al-Najjar aveva 38 anni, conduceva programmi religiosi per Holy Quran Radio e, secondo il ministero degli Affari religiosi di Gaza citato da The New Arab, preparava un servizio sul Corano quando mercoledì un drone israeliano lo ha ucciso ad al-Mawasi, vicino a Khan Younis. Giovedì mattina l’esercito israeliano ha fatto sapere che al-Najjar era un membro dell’ala militare di Hamas e che era entrato in Israele il 7 ottobre. Fine della verifica.

La stessa mattina il portavoce dell’esercito ha pubblicato la risposta a “NAZA”, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor presentato a Venezia il 10 settembre, dieci pagine secondo AGI e Italpress in cui ai registi si rimprovera che i testimoni sono anonimi e che gli attacchi del film restano senza obiettivo, data, luogo e vittime, cioè impossibili da verificare. Per i propri attacchi l’esercito usa un altro metro. Nelle stesse dieci pagine scrive che di norma i soldati non sono presenti dove l’esercito colpisce dal cielo e che la sua capacità di verificare le notizie sulle vittime “è limitata”. Su al-Mawasi, insomma, vale la sua parola.

Un anno fa, la sera del 1 ottobre 2025, la Marina israeliana cominciava ad abbordare le barche della Global Sumud Flotilla, e oggi Wael Naouar e altri tre organizzatori tunisini della Flotilla sono detenuti senza processo nel carcere di Mornaguia da marzo. Il documento dell’esercito attribuisce intanto l’accusa di genocidio a una “campagna politica internazionale” e sostiene che l’intento è un intento mai esistito, mentre il 16 settembre 2025 la Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha concluso che Israele ha commesso genocidio a Gaza e la prova diretta di quell’intento l’ha trovata proprio nelle dichiarazioni delle autorità israeliane.