L’Italia fuori dai mondiali e il paradosso della cittadinanza: formiamo migliaia di atleti stranieri, ma cerchiamo pronipoti di italiani all’estero

Su 1.248 convocati al Mondiali 292 sono nati all'estero. L'Italia forma migliaia di stranieri ma li tratta come ospiti. Altro che remigrazione

L’Italia fuori dai mondiali e il paradosso della cittadinanza: formiamo migliaia di atleti stranieri, ma cerchiamo pronipoti di italiani all’estero

La notte di Zenica, il 31 marzo 2026, l’Italia di Gennaro Gattuso è uscita dai Mondiali per la terza volta di fila, battuta ai rigori dalla Bosnia. Poco più di due mesi dopo, all’esordio del torneo, il Marocco ha chiuso la partita con il Brasile schierando undici uomini su undici nati all’estero, come ha raccontato il sociologo Pippo Russo su Lettera43.

Su 1.248 convocati dalle 48 nazionali finaliste, 292 sono nati fuori dal Paese per cui giocano: il 23,6 per cento, secondo i dati dell’Oxford Migration Observatory ripresi da Lettera43. Il Marocco ne conta diciannove, Curaçao venticinque, la Repubblica Democratica del Congo venti. I marocchini che hanno dominato il Brasile sono nati tra Belgio, Francia, Paesi Bassi e Spagna, Paesi che, a differenza dell’Italia, riconoscono qualche forma di ius soli. Quella diaspora ha portato il Marocco in semifinale in Qatar (2022), il miglior risultato di sempre per una nazionale africana, con due commissari tecnici nati l’uno in Francia e l’altro in Belgio. E intanto, qui da noi, c’è ancora chi parla di remigrazione.

Mondiali: il pronipote di Canicattì e il ragazzo di Buti

Anche l’Italia pesca all’estero, solo che lo fa al rovescio. Mateo Retegui, nato a San Fernando in Argentina, è azzurro grazie a un bisnonno di Canicattì. Jorginho è nato in Brasile, Emerson Palmieri pure: italiani per ius sanguinis, per via di un avo partito un secolo fa. La Figc ha addirittura una squadra di osservatori che gira il mondo a caccia di pronipoti d’italiani da naturalizzare.

Poi c’è Kristjan Asllani. Nato a Elbasan, in Albania, arrivato a Buti, in provincia di Pisa, a due anni, cresciuto nel vivaio dell’Empoli, accento toscano inconfondibile. L’Italia lo ha formato, l’Albania lo ha convocato. È lo schema di sempre: il talento lo alleviamo noi, la nazionale la riempie qualcun altro. E i figli degli immigrati nati o cresciuti qui non sono un’eccezione: secondo Save the Children, nell’anno scolastico 2022-2023 gli alunni senza cittadinanza erano quasi 915mila, e quasi due su tre erano nati in Italia.

Un’amputazione che ci scegliamo da soli

Perchè? Tutto comincia dalla legge 91 del 1992: dieci anni di residenza per chiedere la cittadinanza, tra le più lunghe d’Europa, mentre Francia, Spagna, Belgio, Portogallo e Paesi Bassi prevedono forme di doppio ius soli. L’8 e 9 giugno 2025 un referendum ha provato a dimezzare quei dieci anni: si è fermato al 30,5 per cento, niente quorum. Tre mesi prima, il 28 marzo 2025, il governo aveva ristretto anche lo ius sanguinis, riservandolo a chi ha un genitore o un nonno nato in Italia.

Sul versante sportivo è andata uguale. La legge 12 del 2016, il cosiddetto ius soli sportivo, è stata smontata: nell’autunno 2023 una società di Reggio Emilia, il Progetto Aurora, ha ritirato la squadra esordienti perché non riusciva a tesserare otto bambini stranieri nati e cresciuti in Italia. E prima dei diciotto anni, l’età in cui la cittadinanza può finalmente arrivare, le porte delle Under azzurre restano socchiuse.

Eppure i numeri li tiene la stessa Figc: nel ReportCalcio 2025 conta quasi 60mila giovani calciatori nati all’estero nei vivai italiani, il dieci per cento degli studenti stranieri tra i cinque e i sedici anni, da centocinquanta Paesi diversi. Un patrimonio cresciuto in casa e poi reso straniero per via amministrativa.

I rigori di Zenica hanno cause più antiche, certo: vivai lenti, ragazzi che giocano troppo poco, un sistema che disperde i suoi migliori. Le leggi sulla cittadinanza non bastano a spiegare la disfatta, e di sicuro non l’hanno aiutata. Restano il modo in cui un Paese sceglie di rendersi più piccolo di quanto potrebbe: forma decine di migliaia di ragazzi e poi li tratta da ospiti, mentre spedisce i suoi osservatori a cercare un pronipote a Buenos Aires. Altro che remigrazione.