Marò, la diplomazia ha fallito. Ora l’Italia ricorre all’arbitrato internazionale per stabilire la competenza a giudicare il caso

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Finalmente una svolta. Il governo italiano ha deciso di procedere con l’arbitrato internazionale sul caso dei due marò. Entro la metà del mese prossimo, probabilmente prima, Roma ritirerà la proposta che aveva fatto all’India per una soluzione diplomatica negoziata e comunicherà al governo di Delhi l’intenzione di procedere con un contenzioso per stabilire dove risiede la giurisdizione nella vicenda che coinvolge Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, cioè dove andranno processati: in India, in Italia (come sostiene il governo di Roma) o in un Paese terzo. Se nel giro di pochi giorni Delhi non darà una risposta chiara all’offerta italiana, il caso prenderà la forma di un confronto pubblico e internazionale.

GLI SVILUPPI
La scelta, ha scritto il Corriere, è il risultato di due sviluppi: da un lato, il governo indiano di Narendra Modi non avrebbe risposto alla proposta di soluzione concordata. Dall’altro, nei mesi scorsi, il team di avvocati internazionali che segue il caso per l’Italia e i funzionari del governo incaricati da Matteo Renzi hanno ricostruito le condizioni per chiedere l’arbitrato, dopo che per lungo tempo questa possibilità era stata resa precaria dall’accettazione di fatto, da parte di Roma, del procedimento giudiziario indiano. La proposta di mediazione diplomatica italiana è dalla fine dell’estate scorsa sul tavolo di Ajit Doval, consigliere per la sicurezza nazionale di Modi. Nonostante rassicurazioni verbali, però, la discussione non avrebbe mai preso il volo. Il governo Renzi, dunque, ha preso atto che la via diplomatica è finita nella sabbia. E che andare avanti in uno stato di incertezza sarebbe non solo ulteriormente frustrante ma anche rischioso: Latorre è in Italia per trascorrere la terza licenza di convalescenza, che scade il prossimo 15 luglio, e non si può immaginare che la Corte Suprema indiana prolunghi la permanenza all’infinito. Venuta meno la prima scelta, quella di un accordo tra capitali – che comunque andava perseguita quando a Delhi è stato eletto, nel maggio 2014, un nuovo governo – Roma ha dunque deciso per la second best, cioè l’arbitrato. La possibilità non era mai stata esclusa. Il gruppo di avvocati internazionali – guidati da Sir Daniel Bethlehem – che lavora sul caso per l’Italia ha nei mesi scorsi costruito la situazione legale per evitare di essere in fallo. Ha cessato di riconoscere processualmente la giurisdizione indiana. Ha ottenuto a metà aprile il prolungamento della licenza per Latorre, così da non trattenerlo in Italia in un modo che può essere considerato «illegale».

L’UDIENZA
E il 28 aprile ha saputo che la Corte Suprema inizierà il 7 luglio a discutere il caso della giurisdizione sollevato dall’Italia in una writ-petition, cioè in una richiesta di revisione di una sentenza della Corte che affermava la giurisdizione indiana: revisione che durerebbe mesi. Il ricorso unilaterale all’arbitrato dovrà dunque essere presentato (se ne occuperà probabilmente la Corte Permanente di Arbitrato dell’Aja) prima del 7 luglio per evitare la sovrapposizione con l’udienza indetta dalla Corte Suprema sullo stesso argomento (potrebbe apparire una malafede affrontarlo in due tribunali) ma anche, per ragioni tecniche, significativamente prima del 15 luglio quando scade la licenza di Latorre: la seconda metà di giugno è dunque la finestra ultima per muovere il passo.

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