A Gaza la tregua si misura con il vento. Nelle ultime ventiquattrโore le raffiche hanno strappato tende, fatto crollare muri giร lesionati, sepolto famiglie che vivevano sotto ripari di fortuna. Un bambino di un anno รจ morto per ipotermia. Almeno quattro persone sono state uccise dal cedimento di pareti improvvisate. Le agenzie parlano di โmaltempoโ, lโOnu di centinaia di tende distrutte. ร il vocabolario della normalizzazione: quando la guerra rallenta, il rischio diventa clima.
Dentro questa calma apparente continuano perรฒ i colpi. A Rafah le forze israeliane hanno riferito di uno scontro a fuoco con sei uomini armati nella zona occidentale, definendolo una โgrave violazioneโ del cessate il fuoco. La formula รจ sempre la stessa: la tregua come cornice, lโeccezione armata come regola quotidiana. UNICEF intanto conta oltre cento minori uccisi da mezzi militari dal 10 ottobre, data ufficiale dellโaccordo. Numeri che faticano a entrare nei comunicati, ma restano nei corpi.
Mentre a Gaza si muore di freddo e di schegge, altrove si pianifica. Da Washington filtra lโimminente annuncio della cosiddetta โfase dueโ: amministrazione temporanea affidata a tecnocrati palestinesi, un percorso verso una governance futura, la ricostruzione come promessa, il disarmo di Hamas come condizione. Si discute di nomi, di organigrammi, di supervisori internazionali. La distanza รจ tutta lรฌ: tra chi conta le tende e chi distribuisce incarichi.
Intanto cambia il lessico. Negli Stati Uniti la parola โgenocidioโ entra nel dibattito politico senza piรน restare ai margini. Un senatore democratico, ebreo, in corsa per il seggio di Nancy Pelosi, ha scelto di usarla pubblicamente per Gaza dopo settimane di ambiguitร . ร un fatto politico prima ancora che semantico. A Gaza la tregua resta una statistica fragile. Altrove si discute finalmente di come chiamare ciรฒ che accade.