La politica pop vive in Tv. Dal Bagaglino al salotto della D’Urso. Quel filo che unisce Zingaretti e Andreotti

D'Urso Zingaretti
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La vicenda di Nicola Zingaretti, ex segretario del Pd messo sotto accusa per aver partecipato ai popolarissimi programmi di Barbara D’Urso, ha rimesso al centro della discussione politica la questione dei cosiddetti programmi di intrattenimento e il loro effetto sulla percezione degli esponenti della politica. È un tema che esiste da tantissimo tempo ma che si è accentuato e rafforzato con l’affermarsi della Tv commerciale e con l’ingresso di Silvio Berlusconi in politica nei primi anni ‘90.

Fino ad allora la politica era abbastanza confinata nei settori specializzati della comunicazione televisiva, salvo qualche eccezione. Fra queste, per esempio, una partecipazione nel 1991 ad Harem, condotto da Catherine Spaak, di Giulio Andreotti, allora Presidente del Consiglio, che si rivelò essere l’uomo misterioso che compariva nel corso delle puntate del fortunato format Rai: una presenza di quel calibro politico era assolutamente fuori dagli schemi in quegli anni in programmi di quel tipo.

Il discorso sulla politica nell’infotainment cambiò totalmente registro ed esplose poi con la discesa in campo di Silvio Berlusconi. Basti pensare alla storica puntata di Non è la Rai in cui Ambra parlò delle imminenti elezioni politiche affermando che Dio stava dalla parte del Cavaliere mentre il diavolo era per Occhetto: un fatto che portò a una maggiore regolamentazione dell’uso della politica all’interno dei programmi informativi.

Da una parte lo stesso Berlusconi capì per primo che per conquistare consensi non bastavano i canali classici della comunicazione politica; dall’altra questa scelta stilistica alimentò un dibattito molto acceso in cui il premier veniva sovente accusato di strumentalizzare questi consensi per costruire la propria base elettorale.

Si tratta di dibattiti che sembrano ormai appartenere alla preistoria. Oggi l’insegnamento di Berlusconi, cioè frequentare anche trasmissioni di largo consumo e molto popolari, viene applicato da tutti senza distinzioni: da Salvini alla Meloni, da Di Maio allo stesso Zingaretti, così come Di Battista o Renzi, tutti fanno ospitate in salotti di infotainment o in format molto seguiti. A proposito di Matteo Renzi, chi non ricorda la sua partecipazione ad Amici di Maria De Filippi vestito in stile Fonzie? Per non parlare poi del mitico Bagaglino, che vide coinvolti personaggi come Antonio Di Pietro, Alfonso Pecoraro Scanio, Renato Schifani, ancora Giulio Andreotti, tutti vittime degli scherzi della combriccola formata da Pippo Franco, Leo Gullotta, Oreste Lionello & Co.

Venendo alla questione D’Urso, si è fatta molta polemica sulla scelta del segretario del Pd di prediligere un programma dal forte contenuto popolare per lanciare messaggi politici. Una diatriba surreale che denota l’incapacità di sviluppare la narrazione pubblica nel mondo contemporaneo. Lo scopo di Zingaretti non era solo quello di parlare a un pubblico oltre i confini del Pd, bensì anche di non dare segnali di snobismo verso quel tipo di trasmissioni. Ma a chi parlava Zingaretti con questa operazione D’Urso?

Stando ai numeri, forniti da OmnicomMediaGroup, il bacino cui fa riferimento l’ex leader del Pd è di oltre 2.112.000 spettatori, quanti sono gli utenti medi di Live – Non è la D’Urso nel periodo settembre 2020-febbraio 2021, con uno share medio del 13%. Il profilo del programma della domenica sera vede prevalere il pubblico femminile (share medio del 16%) su quello maschile (9,4%). Spicca il target giovane: la fascia d’età con lo share più alto è quella dai 20 ai 24 anni col 14,7% medio, seguita dal 13,7% per i 25/34 e dal 14,4% per i 35/44 anni.

Dal punto di vista territoriale, al di là della Valle D’Aosta prima regione con il 29,3%, gli share più alti si registrano al Sud: Campania (19,3%), Calabria (18,8%), Sicilia (17,9%), Molise (16,6%), Puglia (16,4%), Sardegna (15,4%) e Basilicata (13%) hanno share superiori al Nord dove i gradimenti maggiori vengono ottenuti in Trentino Alto Adige (12,1%) e in Piemonte (12%). Questi dati dimostrano che l’obiettivo di Zingaretti, ovvero parlare a quella fetta di Paese apparentemente meno attenta alle questioni politiche, con questa sua scelta è stato perfettamente conseguito.