Polverone sul caso Maresca. Ma è la scoperta dell’acqua calda. La Guardasigilli e il numero due del Csm cadono dal pero. Ma quando i 5 Stelle ponevano il tema lo ignoravano

Maresca Cartabia
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Dopo il caso di Catello Maresca (leggi l’articolo), la politica si accorge dell’esistenza delle porte girevoli. Ha dell’incredibile quanto sta accadendo in queste ore, con la politica che si indigna perché il magistrato, in base alle leggi vigenti, è tornato in servizio a Campobasso senza rinunciare alla poltrona di consigliere comunale a Napoli. Così fa effetto sentire la ministra della Giustizia, Marta Cartabia (nella foto), tuonare: “Un caso come quello di Maresca non deve mai più ripetersi” perché è fuoriluogo “che un giudice possa svolgere contemporaneamente, anche e lontano dal suo distretto, funzioni giudiziarie e politiche”.

Parole forti che, però, stridono se si pensa che proprio la guardasigilli è colei che, giustamente e nel rispetto del proprio ruolo, ha deciso di mettere mano pesantemente alla riforma del suo predecessore, Alfonso Bonafede, cancellando – tra le tante – la parte che avrebbe impedito le “porte girevoli” tra toghe e politica (leggi l’articolo). E non fa meno scalpore vedere che tra chi sembra cadere dal pero c’è anche il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, David Ermini, che intervistato da La Repubblica, si lascia andare spiegando che “serve subito una nuova legge”.

Non solo. Lo stesso aggiunge che il Csm ha sostanzialmente le mani legate perché “deve rispettare la legge che c’è, anche se la situazione presenta evidenti anomalie e rischia di opacizzare l’immagine della magistratura, cosa di cui non c’è veramente bisogno”. Peccato che a pensarla diversamente sembrano essere i consiglieri di Magistratura Indipendente che ieri hanno chiesto al Comitato di Presidenza di Palazzo dei Marescialli che venga discussa e adottata, presso la Sesta commissione del Csm, una risoluzione sul tema dei rapporti tra politica e magistratura. Segno, questo, che forse qualcosa si può fare per limitare il fenomeno in attesa che il Parlamento decida di prendere il toro per le corna.

BATTAGLIA DA VINCERE. A vedere le reazioni che si stanno susseguendo in queste ore, tra chi si stupisce e chi si scandalizza, c’è da chiedersi dove fossero tutti quanti quando il problema veniva denunciato dal Movimento 5 Stelle che, contestualmente, proponeva anche una possibile soluzione. Basta riavvolgere il nastro del tempo al 27 maggio 2020 quando l’allora ministro Bonafede, durante il question time, raccontava che il “blocco, definitivo, delle cosiddette porte girevoli fra politica e magistratura” non solo era possibile ma anche semplice da attuare perché “chi sceglie di entrare in politica deve essere consapevole che non potrà tornare a fare il magistrato”.

Una misura forte, subito contestata da tutti, che ora sembra tornata in auge – seppur in una forma assai mitigata – e che dimostra come il Movimento 5 Stelle avesse ben chiaro da tempo che bisognava porre un freno alle porte girevoli. Stando a quanto deciso ieri al termine di una serie di interlocuzioni tra la ministra Cartabia e i partiti. Sostanzialmente per mettere fine al fenomeno, stando alla bozza del provvedimento, scatterà il divieto di fare i magistrati e ricoprire allo stesso tempo incarichi elettivi o politici.

Divieto anche di candidarsi nel territorio dove si è lavorato negli ultimi tre anni, con l’obbligo di rientrare in un distretto diverso e senza poter svolgere le funzioni più delicate per cinque anni. Altra svolta è che dovrebbe essere previsto l’obbligo di aspettativa non retribuita già all’atto di accettazione della candidatura, con diritto alla conservazione del posto e computo dell’anzianità a soli fini pensionistici.

Leggi anche: Porte girevoli tra toghe e politica. Un errore affossare la legge M5S. Parla Saitta, capogruppo in Commissione Giustizia: “Chi si candida non può tornare a fare il pm o il giudice”.