Il passo indietro c’è, ma porta nel vuoto. Giuseppe Conte, alla presentazione del libro di David Tozzo “La Principessa” ieri, ha rilanciato sulle primarie, rivendicando un particolare importante, ovvero l’essersi detto disponibile a lasciare la leadership del centrosinistra a “un nome terzo”. A patto, però, che questo terzo nome sia “autenticamente progressista, non una figura morbida, non un compromesso al ribasso. E una figura competitiva”.
L’identikit è perfetto, manca però il nome. E la volontà… “Non c’è stata disponibilità o apertura a percorrere questa strada e siamo quindi alle primarie”, ammette l’ex premier. E così toccherà ai gazebo che “non sono nella nostra tradizione”, concede, ma ai quali la legge elettorale, che obbliga a indicare un candidato, non lascia alternative.
Il federatore, del resto, non lo vede nessuno. E aprire il tavolo del programma ai centristi vorrebbe dire far sedere insieme Matteo Renzi, Alessandro Onorato, Ernesto Maria Ruffini, Riccardo Magi, Enzo Maraio e Vincenzo Spadafora. “Così diventa una riunione di condominio”, è lo sfogo di un big della coalizione.
Il contentino di Schlein alla minoranza: “Il programma si scrive con tutti”
Intanto Elly Schlein deve occuparsi del cortile di casa e chiudere le porte del Nazareno. Una segreteria fiume, oltre quattro ore, ha preparato la direzione nazionale di oggi. La linea: l’avversario è la destra, il programma va accelerato e “scritto con tutti“. Anche con i riformisti, è il messaggio. Un contentino al quale, nel partito, non crede nessuno.
Perché la partita vera è un’altra e ha un nome: Giorgio Gori. L’eurodeputato ed ex sindaco di Bergamo non esclude di correre. E detta le condizioni: primarie “fisiche, ai gazebo”, per evitare “qualunque rischio di inquinamento” del digitale, e doppio turno, con l’anima riformista rappresentata al primo giro.
L’esatto contrario di quello che chiede il M5S, che con il capogruppo alla Camera Riccardo Ricciardi definisce “assolutamente necessario” il voto online e “sufficiente” il turno unico. Lo Statuto dem, all’articolo 5, lascia all’Assemblea la scelta su “eventuali altre candidature” oltre a quella del segretario. La stessa porta che nel 2012 si aprì con una deroga per Matteo Renzi contro Pier Luigi Bersani.
Ma Elly non vuol mostrare un Pd spaccato
Schlein la conta non la teme. All’Assemblea del 14 dicembre 2025, con Stefano Bonaccini e la sua Energia popolare passati in maggioranza, la sua relazione è passata con 225 sì e 36 astenuti. Numeri che basterebbero a seppellire qualunque sfidante.
Il problema è la fotografia: un Pd che si presenta ai gazebo con due candidati certifica di essere spaccato. Cosa che, peraltro, è. I fedelissimi ripetono che la candidata sarà solo la segretaria. La minoranza invece fa i conti a microfoni spenti: l’obiettivo dei riformisti è raccogliere il 15% e poi trattare al ballottaggio. Prima della direzione, i riformisti si riuniranno per decidere se tirare fuori un nome.
Intanto Conte aspetta e Bonelli scalpita
Conte, dal canto suo, gode a guardare. “Aspettiamo il Pd che ha delle importanti riunioni: la direzione, l’assemblea nazionale e poi ci ritroveremo” ha chiosato ieri, “Noi siamo pronti e abbiamo le idee chiare”. Sulle primarie, aggiunge, il clima “deve essere di concordia”.
Chi invece non ha intenzione di perdere tempo è Angelo Bonelli. Il co-portavoce di Europa Verde legge nelle mosse di Giorgia Meloni “una forte accelerazione verso le elezioni”. Dopo la legge elettorale e una manovra “già elettorale”, secondo lui, il governo potrebbe dimettersi e salire da Mattarella, “con il voto ad aprile“.
E il campo largo? “Abbiamo davanti sei mesi di campagna elettorale e siamo ancora senza un candidato leader e un programma scritto“. Avs presenterà le sue tesi programmatiche a Roma il 18 ottobre, mentre “Schlein e Conte devono accelerare”.
Bonelli chiede di smetterla con i tatticismi, che a suo dire rischiano di logorare il centrosinistra davanti ai suoi stessi elettori. Sulle primarie non nasconde i dubbi: avrebbe preferito un’intesa politica, perché i gazebo “rischiano di essere più divisive che unificanti”. Ma se l’accordo non c’è, “prima si fanno, meglio è”.