Processo Regeni, venti fratture e sette giorni di torture: la requisitoria inchioda il regime egiziano. Il Pm: “Il Cairo ha protetto gli aguzzini”

Nella requisitoria per l'omicidio di Regeni, il Pm Colacicco lo dice chiaramente: "Questo è un processo contro il silenzio"

Processo Regeni, venti fratture e sette giorni di torture: la requisitoria inchioda il regime egiziano. Il Pm: “Il Cairo ha protetto gli aguzzini”

Per dieci anni c’è stato chi ha provato a raccontarlo come una spia, chi ha evocato oscuri complotti britannici, chi ha seminato dubbi, depistaggi e mezze verità. Ora, nella requisitoria del processo per l’omicidio di Giulio Regeni iniziata ieri, la Procura di Roma prova a chiudere definitivamente almeno una parte della vicenda. partendo da una certezza: Regeni non era una spia.

“Tutti gli elementi raccolti sulla cosiddetta pista inglese sono stati approfonditi, verificati, sviscerati in ogni possibile direzione”, ha detto il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco nell’aula bunker di Rebibbia. E la conclusione è “netta”: nessun rapporto con i servizi britannici, nessun elemento che possa anche solo far ipotizzare un coinvolgimento dell’intelligence di Londra. Finite le illazioni, resta la atroce realtà sull’omicidio del ricercatore.

L’unica verità: Giulio fu sequestrato, torturato e ucciso dai servizi egiziani

Per la Procura, Giulio fu sequestrato, torturato e ucciso da uomini dei servizi di sicurezza egiziani. Quattro gli ufficiali imputati nel processo celebrato in contumacia. Ma, soprattutto, gigantesca è la responsabilità politica del regime del Cairo. “Il regime egiziano ha scelto di proteggere gli aguzzini”, ha scandito Colaiocco.

“Non ha chiamato a rispondere i propri ufficiali delle nefandezze compiute. Ha scelto, consapevolmente, di coprirli”.  Parole durissime, pronunciate mentre in aula scorrevano le immagini della Tac eseguita in Italia sul corpo del ricercatore friulano. Un corpo, ha detto il magistrato, “spezzato dal dolore”.

Un corpo “spezzato dal dolore”

La descrizione delle torture subite da Regeni fatto in aula è sconvolgente: “Un corpo devastato dalla tortura, un’agonia senza fine”, ha spiegato Colaiocco. Giulio, secondo gli accertamenti medico-legali, sopportò tutto “lucidamente, senza sedazione, senza narcotici, senza alcun sollievo”. Altro che semplici percosse.

Per la procura “Ogni segmento anatomico racconta una diversa modalità di sevizia, ogni distretto corporeo testimonia una fase diversa dell’accanimento. Non si tratta di percosse. Si tratta di una metodica di annientamento”.

Sul corpo di Regeni rilevate 20 fratture

I medici legali egiziani, all’epoca, avevano individuato una sola frattura. La Tac eseguita in Italia ne rivelò venti: cinque ai denti e quindici alle strutture ossee. Entrambe le scapole erano fratturate. Regeni non poteva più camminare, non poteva difendersi. Eppure, la morte non arrivò subito.

Secondo la Procura, le lesioni furono inferte in momenti diversi, nel corso dei sette giorni di sequestro, dal 25 gennaio al primo febbraio 2016. Interrogato, picchiato, lasciato sopravvivere e poi nuovamente torturato. Ancora e ancora. Fino all’atto finale. “Giulio non muore per la sommatoria delle lesioni, pur gravissime. Muore per un atto finale volontario: lo abbiamo schiantato”, ha detto il procuratore.

Parole che restituiscono tutta la brutalità di un sistema che, secondo l’accusa, trasformò un ricercatore in un nemico da piegare. “Entrò in una zona d’ombra in cui il diritto cessò di esistere e al suo posto subentrò soltanto la nuda forza”, ha spiegato Colaiocco.

Un processo al silenzio

Giulio, che aveva perfettamente compreso la pericolosità dell’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi e lo aveva persino scritto nei documenti consegnati all’Università di Cambridge, divenne un uomo senza diritti, sottoposto al potere assoluto dei suoi sequestratori. Per questo, ha detto la Procura richiamando anche le parole del presidente Sergio Mattarella, il processo Regeni è “un processo contro il silenzio”.

Un silenzio che dura da dieci anni. Dieci anni di depistaggi, false piste, collaborazioni negate e richieste italiane rimaste senza risposta. Dieci anni nei quali il Cairo ha preferito difendere i propri apparati piuttosto che cercare la verità.