Oggi, piazza Duomo a Milano. Matteo Salvini porta in piazza i Patrioti per l’Europa con lo slogan “Senza paura – in Europa padroni a casa nostra”. Sul palco Jordan Bardella del Rassemblement National e Geert Wilders degli olandesi Pvv. La presenza di Viktor Orbán resta incerta dopo la sconfitta alle elezioni ungheresi. Le parole d’ordine: “Difendere i confini”, “Remigrazione adesso”, “Prima gli italiani”. Solo che poi, Salvini precisa che “non c’è in nessun manifesto il termine ‘remigrazione’ che peraltro non mi spaventa perché siamo in democrazia e ognuno è libero di portare avanti le sue idee”. Una parola abbastanza coraggiosa da costruirci sopra un evento internazionale, ma non abbastanza da scriverla nei volantini.
Questa è, insomma, la fotografia di un partito che insegue un concetto che ha lui stesso sdoganato e che ora fatica a tenere tra le mani senza bruciarsi. La remigrazione, termine nato in ambienti neonazisti tedeschi, indica di fatto il rimpatrio forzato anche di migranti regolari. Salvini ci ha costruito sopra mesi di campagna identitaria, ha fatto di Roberto Vannacci vicesegretario federale per coprire quello spazio. Poi Vannacci ha lasciato il Carroccio, ha fondato Futuro Nazionale, e Salvini ha dichiarato di essere “deluso e amareggiato”.
Il fantasma che non smette di votare
Un sondaggio commissionato in ambienti vannacciani stimava per Futuro Nazionale una dote di consensi tra il 2,6 e il 5,8%, sufficiente a dimezzare i numeri del Carroccio. La Supermedia Ipsos di marzo colloca la Lega al 6,3%; il sondaggio Swg per il TgLa7 del 13 aprile registra un calo dello 0,3%, con la Lega superata da Alleanza Verdi e Sinistra. Il partito che alle politiche del 2018 aveva preso il 17,3% oggi difende il 6. La manifestazione di piazza Duomo nasce da questa vertigine: riempire con l’identitarismo europeo il vuoto lasciato da Vannacci, riprendersi quell’elettorato che il generale si è portato via uscendo dalla porta.
Pressato dai nordisti, Salvini aveva messo da parte la remigrazione per qualche settimana, senza però poterla abbandonare per non lasciare a Vannacci campo libero. La trappola è geometrica: abbracciarla lo espone ai moderati di maggioranza; ignorarla lo consegna all’irrilevanza sul fianco destro.
Imbarazzo a geometrie variabili
L’imbarazzo però non è solo interno. Fratelli d’Italia tace: né adesione, né dissociazione, né una parola. Il partito della presidente del Consiglio, che ha costruito la propria scalata a Palazzo Chigi sull’immigrazione come tema identitario, preferisce defilarsi. Forza Italia va oltre: il responsabile immigrazione milanese Amir Atrous annuncia un contro-evento dedicato alle seconde generazioni per lo stesso giorno, definendo il raduno della Lega “in odore di xenofobia e razzismo”. Un partito al governo con la Lega da quattro anni, che organizza una contro-manifestazione contro il proprio alleato. La frattura si è fatta evidente giovedì sera, in Consiglio comunale a Milano, quando contro l’ordine del giorno presentato dalla presidente dem Buscemi che attaccava la manifestazione di oggi, ha votato solo la Lega. Fratelli d’Italia è uscita dall’aula, mentre Forza Italia si è astenuta.
Salvini intanto allarga il perimetro: “No alla guerra, sì alla pace”, intercettando un disagio sociale crescente senza rompere formalmente con la maggioranza. Carlo Calenda lo definisce “trasformista totale”: è partita sulla remigrazione e viva Orbán, poi ha visto che Orbán è caduto, Trump ha attaccato il Papa e ora fa una manifestazione per l’Europa unita. La piazza nasce come appuntamento della destra radicale europea, ma viene costruita con un linguaggio capace di parlare a pubblici diversi. Il problema è che i pubblici si accorgono sempre, prima o poi, di essere stati convocati per una cosa e di assistere a un’altra.
Per oggi sono previste due contro-manifestazioni: da largo Cairoli parte quella di Anpi, Cgil, Arci e centrosinistra; da piazza Tricolore quella antagonista. Il sindaco Beppe Sala ha definito la giornata “complicata”. Più della giornata, complicata è la posizione di chi ha reso mainstream una parola che ora preferisce non scrivere sui manifesti. La remigrazione, del resto, non spaventa Salvini. Solo che non c’è in nessun manifesto.