Più ombre che luci sulla riforma della Giustizia. Si torna alle ricette del passato. Parla il giudice ed ex consigliere del Csm, Morosini: “Si rischiano tempi lunghissimi per l’udienza preliminare”

giustizia Piergiorgio Morosini
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“Non basta dire ‘vogliamo superare le criticità della riforma del 2019’, bisogna capire se le novità che si mettono in campo, come la prescrizione processuale, poi vadano a impattare sulla situazione riuscendo a far funzionare davvero la macchina della Giustizia”. A parlare così è il giudice ed ex consigliere del Csm, Piergiorgio Morosini, che segnala alcune criticità della riforma Cartabia.

Con la riforma della giustizia torna la prescrizione. A differenza di quanto avveniva nel passato, questa sarà processuale ovvero legata ai tempi del procedimento. Da magistrato, questa soluzione la convince?
“Si reintroduce una sorta di prescrizione processuale, cioè determinati giudizi devono essere contenuti entro un determinato tempo e nelle diverse fasi. Si tratta di una soluzione già pensata negli anni ‘90 ed è il tentativo di trovare dei rimedi alla non ragionevole durata dei processi. Tuttavia i rimedi per raggiungere questo scopo possono diversificarsi. Già il testo elaborato dalla precedere maggioranza prevedeva limiti alle impugnazioni, trattazione semplificata di certi giudizi, maggiore digitalizzazione degli atti processuali. Sempre per contenere i tempi processuali si possono poi prevedere forme di depenalizzazione molto forti per i reati minori. Dico questo perché in realtà mi sembra che su questo argomento in tanti siano concentrati solo al tema ideologico della riforma della legge numero 3 del 2019 e si preoccupino in realtà solamente di superare quelle soluzioni con l’unico rimedio escogitato che è stato quello della prescrizione processuale. Ma così si rischia di riproporre gli stessi problemi che avevamo prima dell’ultima riforma della prescrizione. Come le dicevo si possono e si devono mettere in campo anche altri strumenti che possono aiutare a produrre risultati. Mi pare che i lavori della Commissione Lattanzi puntino proprio su questa prospettiva”.

Riguardo ai processi vengono posti paletti sui tempi da rispettare in Appello e in Cassazione. Qualora si sforeranno tali termini, il procedimento andrà al macero. Crede sia la strada giusta?
“Il rimedio può essere anche buono a condizione, però, che si metta la macchina della giustizia in condizione di trattare davvero i procedimenti. Bisogna lavorare su molti versanti come sul personale, sulle risorse, sulla digitalizzazione del processo e sulla riduzione delle impugnazioni. Se non si apportano tutti questi rimedi in modo congiunto, rischiamo di ritornare ai problemi che avevamo con l’assetto precedente all’ultima riforma della prescrizione”.

Guardando allo stato di salute della giustizia, crede che i processi d’Appello rispetteranno i tempi previsti dalla norma?
“Bisogna valutare bene. In Italia abbiamo alcune corti di Appello che hanno uno smaltimento dei processi che, per una serie di cause, è meno rapido. Sono almeno 4 o 5 e lì sarà dura rispettare questo dettato normativo. Sarebbe molto importante che una riforma come questa fosse preceduta da un monitoraggio serio delle singole situazioni delle corti di Appello e che in quelle dove si riscontrano difficoltà, si intervenisse prima con risorse umane e tecniche per mettere in condizione la macchina dei diversi distretti di funzionare e quindi produrre risultati nei tempi previsti dalla riforma. Non basta dire ‘vogliamo superare le criticità della riforma del 2019’, bisogna capire se le novità che si mettono in campo, come ad esempio la prescrizione processuale, poi vadano a impattare sulla situazione riuscendo a far funzionare davvero l’hardware della macchina della Giustizia”.

Nella riforma del processo penale c’è l’intenzione di ribaltare il criterio del rinvio a giudizio per cui si va a processo solo se le prove sono tali da giustificare una prognosi di condanna e non solo “idonei a sostenere un giudizio”. Non le sembra una modifica sbilanciata in favore della difesa dell’imputato?
“Non è tanto questo il problema. Bisogna vedere se questa sarà davvero o meno la soluzione per garantire un filtro maggiore in sede di udienza preliminare. Non è la prima volta che cambia tale regola, è già successo nel 1999 ma con scarsi risultati. La realtà è che è difficile scrivere regole di giudizio che comportano effetti automatici perché vanno testate sul campo. Certo è un’indicazione tendenziale e culturale di maggiore attenzione all’udienza preliminare ma il rischio, seppur ipotetico, è che si dilatino i tempi proprio di tale fase. Quindi i vantaggi complessivi sarebbe tutti da verificare”.