Salari fermi e liste d’attesa ancora interminabili per quasi tre milioni di italiani. La propaganda di Giorgia Meloni si infrange ancora una volta contro i numeri, mentre il governo prova a spostare l’attenzione sulla legge elettorale, sul caso del gioielliere e sui fatti di Bologna. Ma i diversivi non bastano a nascondere il fallimento delle politiche economiche e sociali dell’esecutivo. A partire dai salari.
Salari fermi e liste d’attesa infinite
In oltre trent’anni, le retribuzioni dei dipendenti privati in Italia sono rimaste stagnanti e sono diventate più diseguali. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, dal 1990 le retribuzioni lorde sono diminuite in media del 6,6% in termini reali. È aumentata anche la distanza tra i redditi, complice la crescita del part-time e una segmentazione sempre più marcata del mercato del lavoro per settore, contratto e qualifica. L’Upb avverte inoltre che il sostegno ai redditi bassi attraverso l’Irpef ha ormai margini limitati e che sarebbe più efficace intervenire con la spesa pubblica.
Modello esaurito
Negli ultimi anni il sistema fiscale ha compensato in parte la dispersione dei redditi da lavoro dipendente, soprattutto riducendo il prelievo sui redditi bassi e medi e concentrandolo su quelli medio-alti. Ma questo modello è sempre più esposto al drenaggio fiscale e continua a produrre disparità tra lavoratori dipendenti e altre categorie. Soprattutto, non affronta le cause strutturali della stagnazione salariale e della precarietà. Il governo, però, continua a celebrare occupazione e tagli fiscali senza spiegare perché chi lavora sia diventato più povero.
Altro che successo
Il quadro non migliora sul fronte della sanità. Nei primi sei mesi dell’anno le strutture pubbliche e private accreditate hanno erogato nei tempi previsti 1,6 milioni di visite ed esami in più rispetto allo stesso periodo del 2025, secondo il bollettino Agenas. Un dato che il governo prova a sventolare come un successo, ma che diventa quasi offensivo se confrontato con ciò che resta irrisolto.
Nello stesso periodo, infatti, due milioni e 811 mila persone hanno atteso oltre i tempi di garanzia per una visita o un esame nel Servizio sanitario nazionale. Le urgenze vengono generalmente smaltite più rapidamente, mentre per le prestazioni programmate, che dovrebbero essere erogate entro 120 giorni, l’attesa può superare i 300. Per molti cittadini la scelta resta tra pagare di tasca propria o rinunciare alle cure.
Altro che svolta. Dopo anni di annunci, i lavoratori continuano a perdere potere d’acquisto e milioni di cittadini restano intrappolati nelle liste d’attesa. Meloni può cambiare argomento quanto vuole, ma salari e sanità raccontano un Paese molto diverso da quello della sua propaganda.