Salario minimo, no al riarmo e alle guerre: i progressisti lanciano la sfida a Meloni & Co

L’asse Pd-M5S-Avs non è in discussione. Il banco di prova per i progressisti sarà trasformare l’intesa in un programma.

Salario minimo, no al riarmo e alle guerre: i progressisti lanciano la sfida a Meloni & Co

Il Campo largo c’è, gode di buona salute e ora si prepara al passaggio più delicato: trasformare l’intesa politica in un programma comune. Il tavolo del centrosinistra dovrebbe aprirsi nell’ultima settimana di settembre. La data non è fissata, ma lì portano sia le previsioni di Elly Schlein sia l’agenda del Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte. Il 19 e 20 settembre, a Milano, i pentastellati chiuderanno Nova, il percorso di ascolto da cui usciranno le proposte per il confronto con le altre opposizioni. Intanto il nocciolo duro c’è già: Pd, M5S e Avs. In attesa di capire se e come nascerà una gamba centrista, l’asse progressista si è mostrato ieri a Napoli nella manifestazione “Al lavoro per cambiare l’Italia”, in piazza del Gesù.

Salario minimo, no al riarmo e alle guerre. I progressisti lanciano la sfida a Meloni & Co

Sul palco c’erano Schlein, Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. L’iniziativa è cominciata tra le proteste di alcuni disoccupati, guidati anche da Potere al Popolo. Poi il messaggio dei leader è stato netto: la destra ha fallito, ora tocca a noi. Il primo a parlare è stato Bonelli. “La nostra alleanza dà fastidio a qualcuno, ma se ne facciano una ragione”, ha detto il leader verde, rivendicando una coalizione pronta a vincere con un programma forte su clima, povertà energetica e diritti. “La destra usa i manganelli, noi parliamo e ci confrontiamo. Uniti si vince”, ha scandito.

Conte parte dall’economia e dalla lotta al riarmo

Conte ha scelto invece di partire dall’economia. “Il Fondo monetario internazionale certifica che l’Italia sarà penultima per crescita nel 2026 fra le 30 maggiori economie mondiali e ultima nel 2027”, ha detto il presidente del M5S, accusando il governo di raccontare un Paese che non esiste grazie a “tv amiche e stampa amica”. Per l’ex premier, la stabilità rivendicata da Meloni è diventata immobilismo: un Paese impoverito, senza misure per le fasce più fragili. Da qui la promessa del salario minimo tra i primi provvedimenti di un governo progressista.

Bersaglio principale

Il bersaglio principale resta però il riarmo. Conte ha attaccato gli impegni Nato confermati da Meloni al vertice in Turchia e la spesa aggiuntiva da 500 miliardi fino al 2035. Sulla stessa linea Fratoianni, che contesta la premier quando definisce “ridicola” l’accusa di voler togliere risorse a sanità e scuola per finanziare la difesa. “La sanità pubblica continua a subire un pesante definanziamento programmatico, mentre la spesa militare sale”, ha detto. La fotografia di Napoli consegna dunque una coalizione più solida di quanto immaginassero i detrattori. Pd, M5S e Avs non sono ancora un governo alternativo, ma non sono più un esperimento fragile. Hanno individuato assi comuni: salario minimo, sanità pubblica, critica al riarmo, diritti sociali, contrasto alla destra. Ora dovranno trasformarli in un programma capace di reggere le differenze e parlare al Paese.

Manca la gamba di centro

Il problema, semmai, è il centro. A settembre l’alleanza proverà ad allargarsi, ma la strada resta stretta. M5S e Avs pesano pro e contro di un eventuale ingresso di Italia Viva. A complicare il lavoro c’è anche un sondaggio Lab21 per La Notizia: il 51,6% degli intervistati considera il partito di Matteo Renzi una forza “respingente”, mentre solo il 24,3% lo giudica attrattivo. Non è un dettaglio: il Campo largo può allargarsi solo se l’allargamento non diventa un boomerang elettorale.

Neppure il resto dell’area moderata appare in forma. Alessandro Onorato aveva annunciato un coordinamento con Più Europa, il Psi e il Movimento Più Uno di Ernesto Maria Ruffini. Ma il progetto sembra essersi impantanato. Riccardo Magi si è mostrato prudente, mentre Ruffini ha gelato l’operazione: “Non ne sono a conoscenza”. Più che una gamba centrista, per ora sembra un cantiere senza fondamenta.

Bonelli e Fratoianni ripetono che non ci saranno veti e che il faro sarà il programma. Schlein insiste: “Testardamente unitari, non faremo più l’errore di dividerci”. Il messaggio di Napoli è che l’asse Pd-M5S-Avs non è più in discussione. Il banco di prova sarà trasformare l’intesa in un programma e capire se esistono le condizioni per allargarsi ai centristi senza comprometterne gli equilibri. Per ora, il Campo largo appare più in salute dell’area moderata chiamata a completarlo.