Stop di Salvini alle armi a Kiev, il centrodestra si impantana sugli aiuti all’Ucraina: la vera prova sarà il decreto di fine anno

Al congresso lo stop alle armi per Kiev, poi la telefonata di Meloni e la retromarcia. La vera prova è il decreto del 31 dicembre.

Stop di Salvini alle armi a Kiev, il centrodestra si impantana sugli aiuti all’Ucraina: la vera prova sarà il decreto di fine anno

Tocca dare ragione a Roberto Vannacci. Ieri il leader di Futuro nazionale, uscito dalla Lega a febbraio, ha liquidato in un video il congresso di Milano: «Sarà il solito bluff che va in onda negli ultimi tre anni». Domenica Matteo Salvini, rieletto per la quarta volta con 465 voti contro i 146 dello sfidante Massimo Garavaglia, aveva promesso ai delegati che avrebbe portato in Consiglio dei ministri la linea del partito: «Non possiamo continuare a mandare soldi all’Ucraina». Se le parole pesassero qualcosa, il governo sarebbe già in crisi, perché sull’Ucraina la presidente del Consiglio Giorgia Meloni (FdI) ha investito la sua credibilità internazionale, fino a ospitare a Roma, nel luglio 2025, la conferenza per la ricostruzione di Kiev.

Il governo invece è ancora lì. Merito di una telefonata. Secondo la ricostruzione di Repubblica, Meloni ha chiamato Salvini nella pausa fra il primo e il secondo intervento per dirgli che quella sortita metteva tutti in difficoltà, e ad Avvenire fonti di Palazzo Chigi l’hanno definita “non concordata”. La sgridata c’è stata ma lontano dai microfoni: al secondo passaggio sul palco l’ultimatum era già diventato una domanda, se dopo quattro anni di conflitto altre armi e altri soldi siano la strada migliore per la pace. Nella notte la premier ha firmato la tregua, “Continuiamo a lavorare insieme”, e all’alba Salvini ha risposto: “Una Lega sempre più forte al tuo fianco”. Al fianco, appunto.

Il bluff ha una scadenza

Ieri a Milano il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani (FI) ha risposto così: «È pronto già il prossimo pacchetto di tipo militare che invieremo quanto prima a Kiev». Due vicepresidenti dello stesso governo sostengono esattamente l’opposto, e il Consiglio dei ministri atteso in settimana si occuperà della manovra: secondo fonti leghiste citate da Repubblica, lo stop agli aiuti in quella riunione resterà nel cassetto. Salvini, del resto, dispone di una scadenza più comoda. Il decreto-legge 201 del 31 dicembre 2025 proroga l’autorizzazione a cedere mezzi a Kiev fino al 31 dicembre 2026: senza un nuovo decreto, le forniture si spengono da sole.

Quel decreto Salvini lo conosce bene. Il 29 dicembre il governo lo approvò senza di lui, assente ufficialmente per “motivi personali”, mentre la Lega voleva cancellare la parola “militari” dal titolo: alla Camera la parola è sparita, le cessioni sono rimaste tutte. A febbraio il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari liquidava i deputati di Vannacci, che votavano la fiducia annunciando il no al testo, come un “buffo tentativo di salvare l’immagine”. Otto mesi dopo, il tentativo buffo è la linea del segretario.

Il salvagente del Nord

L’Ucraina, dentro il partito, è un salvagente: perfino Luca Zaia si è schierato con il segretario. Garavaglia intanto ha raccolto quasi un voto valido su quattro con l’appoggio del capogruppo al Senato Massimiliano Romeo, che a settembre aveva bollato il congresso come «un trappolone». Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha ammesso dal palco che non tutto va bene, e il giorno dopo la deputata Simonetta Matone è passata a Forza Italia, mentre Salvini parla agli elettori in fuga verso Vannacci senza pagare il conto, almeno fino a dicembre, quando la Lega dovrà votare il nuovo decreto. Le fonti leghiste di Repubblica assicurano che sarà no anche a un testo riscritto con più aiuti civili, e in quel caso Meloni dovrà cercare i voti fuori dalla sua maggioranza, proprio sull’Ucraina.

E qui torna utile Vannacci, che alla crisi aveva dato «qualche settimana». Il calendario gliene concede nove, con qualcuno che racconta una premier tentata dal voto a giugno e invece chi lo dà per tramontato: in nove settimane il bluff diventa una crisi o una figuraccia, e lo scorso febbraio la Lega ha già mostrato quale delle due sa scegliere.

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