Dalla proposta di una “scala mobile fiscale” contro il drenaggio sui redditi, al progetto di un Fondo sovrano nazionale di sviluppo da 100 miliardi di euro per mobilitare i capitali privati. Sono alcune delle proposte del senatore Mario Turco, Vicepresidente del Movimento 5 Stelle con delega a Economia, lavoro e imprese. Già Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio durante il Governo Conte II, l’economista ha analizzato (e bocciato) l’attuale legge di bilancio. A La Notizia spiega la ricetta alternativa dei 5S, puntando sull’inversione delle spese militari a favore di sanità e welfare.
Senatore, quale correzione renderebbe questa manovra espansiva e con quali coperture strutturali?
“Questa è una legge di bilancio di guerra, non una manovra per la crescita economica e il rafforzamento dello Stato sociale. Il Governo Meloni ha scelto di destinare circa 4,5 miliardi di euro alla difesa, contro appena 2,4 miliardi alla sanità. È questo il vero paradosso, che rivela le priorità politiche del Governo: si trovano risorse per il riarmo, mentre lavoratori e pensionati perdono potere d’acquisto, le famiglie affrontano il caro vita, le imprese soffrono il peso dei costi energetici e ai giovani vengono negate prospettive concrete per il futuro. Non sorprende che studenti e cittadini scendano in piazza per protestare”.
Quali cambiamenti suggerisce?
“Per rendere espansiva la manovra occorre invertire queste priorità: cancellare l’aumento delle spese militari, rivedere gli impegni sul riarmo assunti da Giorgia Meloni in sede NATO e rimettere in discussione il Patto di stabilità europeo, per ottenere maggiori margini di investimento a sostegno della crescita e dello Stato sociale, anziché prevedere flessibilità prevalentemente per il riarmo. Serve poi una vera riforma fiscale e industriale: no tax area fino a 20.000 euro, scala mobile fiscale, cashback fiscale per sostenere i consumi e rilancio di Transizione 4.0 per incentivare gli investimenti produttivi e l’innovazione delle imprese. A queste misure vanno affiancati maggiori investimenti nella sanità, nel lavoro e nell’innovazione”.
Facendo l’avvocato del diavolo: da dove prenderemmo le risorse?
“Le coperture per una vera manovra espansiva devono arrivare anche da una tassazione strutturale degli extraprofitti bancari, energetici, finanziari e dell’industria bellica, da una maggiore imposizione sulle grandi ricchezze finanziarie e speculative e da un contributo sugli utili netti annui eccedenti i 5 milioni di euro realizzati da banche e operatori finanziari attraverso il trading algoritmico ad alta frequenza (HFT), escludendo i piccoli risparmiatori. A queste misure si aggiunge la revisione delle agevolazioni fiscali inefficienti. Per questo abbiamo proposto un Fondo Taglia Tasse, per alleggerire il carico fiscale sul lavoro e sulla produzione e rafforzare lo Stato sociale. Non possiamo continuare a fare debito per finanziare il riarmo e invocare l’austerità quando si tratta di garantire salute, salari e futuro ai giovani.
La sua scala mobile fiscale contrasta il drenaggio sui redditi: come finanziarla stabilmente senza comprimere i servizi?
“L’inflazione non può trasformarsi in una tassa occulta su lavoratori e pensionati. Negli ultimi anni il Governo Meloni ha beneficiato del maggiore gettito generato dal fiscal drag, mentre i cittadini hanno subito l’erosione del potere d’acquisto. La mia proposta di legge sulla scala mobile fiscale, a mia prima firma e depositata in Senato nel luglio 2025, è ancora ferma in Parlamento. Prevede l’adeguamento automatico all’inflazione degli scaglioni IRPEF, delle deduzioni e delle detrazioni, per impedire che gli aumenti nominali dei redditi si traducano in maggiori imposte. Vogliamo così accelerare la restituzione del drenaggio fiscale accumulato, attraverso un meccanismo graduale, modulato in base all’andamento dell’economia e alla tenuta dei conti pubblici. La misura si inserisce in una strategia di restituzione del maggior gettito generato dal fiscal drag, accompagnata da coperture strutturali attraverso il nostro Fondo Taglia Tasse, alimentato dalla tassazione delle grandi ricchezze finanziarie, degli extraprofitti e dal contrasto alla grande evasione ed elusione fiscale. L’obiettivo è tutelare il potere d’acquisto e sostenere la domanda interna, senza comprimere i servizi pubblici. Lo Stato non può continuare a guadagnare dall’inflazione mentre i cittadini diventano più poveri”.
Quale governance garantirebbe al fondo da lei proposto autonomia dalla politica e tutela del risparmio?
“L’Italia dispone di un enorme patrimonio di risparmio privato che dobbiamo trasformare in investimenti produttivi. Per questo abbiamo già depositato in Parlamento la proposta di legge sul Fondo sovrano nazionale di sviluppo, a prima firma Giuseppe Conte alla Camera e mia al Senato, con l’obiettivo di mobilitare almeno 100 miliardi di euro di capitali pubblici e privati, attraverso una struttura concepita per non gravare sul debito pubblico. Non sarà un semplice fondo finanziario, ma una public corporation, dotata di autonoma personalità giuridica e indipendenza gestionale dalla politica. Le istituzioni definiranno gli indirizzi strategici, mentre la gestione sarà affidata a professionisti indipendenti, selezionati per competenza, con rigorosi controlli, trasparenza e tutela del risparmio. Per attrarre il risparmio privato prevediamo nuovi strumenti finanziari fiscalmente agevolati, capaci di offrire rendimenti adeguati al rischio e di indirizzare le risorse verso investimenti produttivi di lungo periodo. Il Fondo investirà negli asset strategici nazionali: energia, infrastrutture, innovazione, tecnologie digitali, ricerca e filiere industriali, con particolare attenzione al Mezzogiorno, per ridurre i divari territoriali e creare occupazione qualificata. A questa proposta vogliamo affiancare una banca pubblica specializzata nella capitalizzazione delle micro e piccole imprese, per favorirne aggregazioni, patrimonializzazione e crescita dimensionale. Vogliamo uno Stato che non distribuisca soltanto incentivi, ma crei le condizioni per generare sviluppo e nuova ricchezza”.
Come attrarre investimenti senza socializzare i costi energetici e lasciare all’estero il valore aggiunto?
“I data center rappresentano un’opportunità strategica, ma l’Italia non può diventare una semplice piattaforma energetica al servizio delle multinazionali tecnologiche, lasciando all’estero profitti e valore aggiunto. Serve una politica industriale che subordini gli incentivi pubblici a precisi impegni. Chi investe deve contribuire ai costi delle infrastrutture energetiche, senza scaricarli sulle bollette di famiglie e imprese, e garantire investimenti aggiuntivi nelle rinnovabili. Dobbiamo inoltre vincolare i sostegni pubblici a ricadute concrete: occupazione qualificata, ricerca, trasferimento tecnologico e coinvolgimento delle PMI italiane. Il nostro Fondo sovrano potrebbe sostenere una filiera nazionale del cloud e dell’intelligenza artificiale. La sfida non è soltanto attrarre capitali, ma trattenere in Italia innovazione, competenze e ricchezza”.
Infine, ci spiega che ne è stato della sua proposta di legge per rendere effettiva la prevenzione sui posti di lavoro?
“Con il DDL S.127, a mia prima firma, abbiamo proposto l’istituzione di una Procura nazionale del Lavoro, sul modello Antimafia, per coordinare le indagini e contrastare le violazioni sistematiche delle norme sulla sicurezza. Una proposta ferma in Parlamento da oltre quattro anni, senza che ne sia mai iniziato l’esame. Il Governo Meloni continua a puntare su una patente a crediti insufficiente, consente i subappalti a cascata e non colma le carenze di organico degli ispettorati. Ha introdotto oltre 55 nuovi reati, secondo Antigone, ma la nostra proposta sull’omicidio sul lavoro resta ferma. Servono più controlli e prevenzione. La sicurezza è un diritto, non un costo da comprimere”.