Diciotto Regioni su 21 promosse, 5,8 milioni di persone che hanno rinunciato alla visita o all’esame prescritto dal medico. Sono due numeri dello stesso anno, il 2024, e raccontano due Paesi che convivono solo perché il Ministero della Salute ne guarda uno. La “pagella” sui Livelli essenziali di assistenza (Lea), le prestazioni che il Servizio sanitario nazionale deve assicurare a chiunque, dice che la sanità pubblica passa l’esame meglio dell’anno prima, quando le Regioni adempienti erano 13, mentre l’Istat racconta che nello stesso anno la quota di chi ha rinunciato a curarsi è salita dal 7,6 al 9,9 per cento. Qualcosa non torna.
Sanità, alle Regioni basta il sei politico
E quel qualcosa l’ha messo sotto la lente la Fondazione Gimbe (Gruppo italiano per la medicina basata sulle evidenze), che rifà ogni anno i conti sul monitoraggio del ministero, uscito stavolta il 10 luglio. Il paradosso sta nel meccanismo: degli 88 indicatori del Nuovo sistema di garanzia la pagella ne usa 27, li divide in tre aree (prevenzione, assistenza distrettuale, ospedali) e dà a ciascuna un punteggio da 0 a 100, e per essere promossa una Regione deve fare almeno 60 in tutte e tre. Sessanta basta: che una Regione chiuda a 60 o a 100 il giudizio non cambia, e un voto da interrogazione strappata diventa il certificato di un diritto costituzionale garantito.
Così il Molise passa con 60 esatti nell’assistenza ospedaliera e la Campania con 61 nella prevenzione, sei delle 18 adempienti hanno almeno un’area ferma fra 60 e 69 e basta alzare di poco l’asticella per veder crollare le promozioni, perché con la soglia a 70 le promosse scenderebbero a 12 e con la soglia a 80 a 5. Restano bocciate soltanto la Calabria con 52 nell’assistenza sul territorio, la Sicilia con 49 nella prevenzione e la Provincia autonoma di Bolzano con 59, mentre la classifica per somma delle tre aree mette nelle ultime sette posizioni solo Regioni del Mezzogiorno, Bolzano a parte, e nelle prime dieci una sola Regione del Sud, la Puglia. Il divario fra Nord e Sud, insomma, si assottiglia nel bollettino e resta intero nella realtà.
Fuori dalla pagella
Ma non è tutto. Dal 2024 la rinuncia alle prestazioni sanitarie è entrata proprio fra gli indicatori della pagella, come ha ricordato l’Istat in audizione alla Camera il 7 luglio, e nell’anno in cui la rinuncia sale di 2,3 punti le promozioni passano da 13 a 18. Quei 5,8 milioni sono persone che hanno lasciato perdere per attese troppo lunghe, costi o distanze, e la lista d’attesa è il motivo più indicato, dal 6,8 per cento della popolazione, ferma davanti a un’agenda piena. Eppure il governo si tiene stretto lo strumento. Secondo Gimbe la pagella non rileva in modo sistematico tempi di attesa, agende chiuse, prenotazioni impossibili e distanza dai servizi, mentre le medie regionali schiacciano le differenze fra aziende sanitarie e fra città e aree interne, così che fotografa chi è riuscito a entrare e perde di vista la fila fuori.
E la promozione pesa sui soldi: la verifica dei Lea è uno degli adempimenti che le Regioni devono superare per accedere alla quota integrativa del Fondo sanitario nazionale. Il sessanta vale in euro. Giorgia Meloni nell’ottobre del 2024 assicurava che «mai così tante risorse» erano finite nel Fondo, e Fratelli d’Italia nel dossier “Record e risultati”, secondo Quotidiano Sanità, rivendica 1,6 milioni di prestazioni in più erogate nei tempi nel primo semestre del 2026. Record misurati col metro del sessanta.
Gimbe chiede soglie più alte e dati tempestivi, e soprattutto di misurare le liste d’attesa e le rinunce, cioè le persone. È il minimo per chi prende sul serio l’articolo 32 della Costituzione. Diciotto promosse su ventuno, e quasi una persona su dieci rimasta fuori dall’ambulatorio: il ministero la chiama sufficienza, chi aspetta la chiama rinuncia.