Ammissibile. È la decisione della Corte Costituzionale sul ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato promosso dal Senato nei confronti della Procura di Milano nell’ambito del procedimento Visibilia, che vede coinvolta la senatrice Daniela Santanchè. La decisione, attenzione, non riguarda il merito delle accuse contestate all’esponente di Fratelli d’Italia, ma apre un importante contenzioso istituzionale destinato a incidere sul percorso processuale in corso. In pratica, la Corte ha ammesso che c’è una questione giuridica oggettiva, che merita di essere discussa
La vicenda
Il processo è quello che vede la senatrice imputata insieme con il compagno Dimitri Kunz e una terza persona nell’ambito del cosiddetto filone “Visibilia” relativo alla gestione della cassa integrazione Covid per alcuni dipendenti delle società Visibilia Editore e Visibilia Concessionaria.
L’accusa formulata dalla Procura di Milano è di truffa aggravata ai danni dello Stato per il conseguimento di erogazioni pubbliche. Secondo gli inquirenti, tra il 2020 e il 2022 sarebbero stati richiesti e ottenuti dall’azienda di Santanché fondi della cassa integrazione, pur in presenza di lavoratori che avrebbero continuato a svolgere attività lavorativa. Le contestazioni riguardano complessivamente decine di migliaia di euro di contributi pubblici erogati dall’Inps.
Lo scontro alla Consulta
Al centro della vicenda vi è la presunta acquisizione, da parte della Procura milanese, all’interno del fascicolo processuale di materiale investigativo costituito da e-mail, messaggi e registrazioni audio di conversazioni private riconducibili a Santanchè, senza che fosse stata preventivamente richiesta al Senato l’autorizzazione prevista dall’articolo 68 della Costituzione per l’utilizzo di determinati atti riguardanti un parlamentare. Secondo Palazzo Madama, tale omissione avrebbe leso le prerogative costituzionali della Camera di appartenenza della senatrice.
L’ordinanza della Consulta
L’ordinanza della Consulta, adottata nella camera di consiglio del 4 maggio e depositata nei giorni scorsi, riconosce che il conflitto presenta i requisiti necessari per essere esaminato nel merito. La Corte ha quindi disposto l’immediata comunicazione della decisione al Senato e la notifica del ricorso alla Procura di Milano e alla Camera dei deputati, passaggi necessari per l’avvio della fase successiva del giudizio costituzionale.
La questione era stata sollevata dalla difesa di Santanchè durante l’udienza preliminare. Gli avvocati della parlamentare avevano contestato l’utilizzabilità di alcuni messaggi di posta elettronica e registrazioni anche se effettuate da soggetti privati. Parte di questo materiale sarebbe poi confluita nella richiesta di rinvio a giudizio e nel fascicolo dell’udienza preliminare.
È proprio su questo punto che si concentra lo scontro istituzionale: per il Senato tali atti rientrerebbero nelle garanzie costituzionali riconosciute ai parlamentari e avrebbero richiesto una preventiva autorizzazione; per la Procura, invece, l’attività investigativa sarebbe stata legittima. Anche perché non si tratta di materiale disposto dagli inquirenti, ma da questi ultimi solo ricevuto da terzi, parti lese nel processo.
Ora la Consulta dovrà pronunciarsi nel merito e stabilire se vi sia stata effettivamente una violazione delle prerogative parlamentari. Fino a quel momento, tuttavia, il procedimento penale – fermo da quasi un anno e a rischio prescrizione – subirà un ulteriore e significativo rallentamento e l’udienza preliminare resterà sostanzialmente sospesa in attesa del verdetto costituzionale.
L’inchiesta rappresenta uno dei principali fronti giudiziari che hanno coinvolto negli ultimi anni l’ex ministra del Turismo. Parallelamente, Santanchè è stata interessata anche da altre indagini legate alle società del gruppo Visibilia, tra cui quelle riguardanti i bilanci societari (lì l’accusa è falso in bilancio).
Di sicuro la decisione finale della Consulta sarà determinante non solo per il destino processuale di Santanchè, ma rappresenterà anche un precedente per definire i confini tra attività investigativa della magistratura e prerogative costituzionali riconosciute ai membri del Parlamento.