Sciopero della cultura, la prima volta dopo quasi mezzo secolo: nel mirino i tagli al settore per finanziare le armi

Il 12 giugno sciopero generale della cultura: musei e teatri fermi contro tagli da 159 milioni, mentre 33,9 miliardi vanno in armi

Sciopero della cultura, la prima volta dopo quasi mezzo secolo: nel mirino i tagli al settore per finanziare le armi

Domani, venerdì 12 giugno, si fermano musei, biblioteche, archivi e teatri: è lo sciopero generale della cultura, secondo gli organizzatori il primo in questa forma nella storia del Paese e il primo sciopero nazionale per musei e biblioteche dopo quasi cinquant’anni.

Lo hanno proclamato la Fp Cgil per il Ministero della Cultura e il comparto Federculture, con l’adesione della Nidil Cgil per somministrate e somministrati, e accanto le sigle di base, Cub, Adl Cobas, Cobas lavoro privato, Clap, Usi-Cts: dentro c’è tutta la filiera, dipendenti, appalti, autonomi dello spettacolo e dell’editoria. Mezzo secolo di silenzio che si rompe, e si rompe adesso.

I conti del definanziamento

Le motivazioni stanno scritte nella proclamazione e sono un atto d’accusa: si sciopera “per cambiare le politiche del governo che tagliano i finanziamenti a tutti i settori della cultura” e per “rivedere le scelte che distraggono le risorse dal finanziamento al settore in favore degli stanziamenti in armi”.

I numeri del resto sono lì. La spending review della legge di bilancio 2026 impone al Ministero della Cultura tagli per 68,98 milioni quest’anno, 65,46 nel 2027 e 158,77 milioni nel 2028. Intanto la spesa militare, calcola l’osservatorio Milex, tocca nel 2026 il record storico di 33,9 miliardi, oltre 1,1 miliardi in più sul 2025, con i soli programmi di armamento a quota 13,1 miliardi, mai così alti.

Le due curve si guardano: una scende sui musei, l’altra sale sugli arsenali. Il governo la chiama programmazione. Il 15 aprile il ministro Alessandro Giuli ha annunciato che i tagli allo spettacolo dal vivo saranno integralmente recuperati, dice. Chi sciopera, evidentemente, ha smesso di accontentarsi degli annunci.

Un ministero che funziona a metà

Sotto i tagli c’è il lavoro, anzi quel che ne resta. Nel 2023 Fp Cgil e Uil Pa chiedevano di riportare l’organico del ministero almeno a 23.000 unità; da allora la coperta si è solo accorciata. Ad Arezzo la Fp Cgil toscana ha contato tra il 25 e il 30% di addetti mancanti nei musei statali, con sale chiuse a turno; in Liguria la riduzione degli organici arriva tra il 35 e il 50%, e a pagare il biglietto intero resta il visitatore davanti al portone sbarrato.

E ai vuoti si è risposto col precariato: 400 lavoratrici e lavoratori a partita Iva, storici dell’arte, archivisti, bibliotecari, archeologi, sono rimasti fuori dal 31 dicembre 2024 senza proroga, mentre a febbraio Fp Cgil e Uil Pa scrivevano al gabinetto del ministro per le centinaia di precari a casa dal 1° marzo.

Nei luoghi della cultura convivono così lavoratori di serie A e di serie B, stesse mansioni e tutele radicalmente diverse, divisi da appalti e concessioni. Valorizzazione la chiamano, e intanto serve a pagare meno un lavoro altamente qualificato.

Le richieste sul tavolo

Le richieste quindi sono precise: reinternalizzare i servizi esternalizzati, stabilizzare i precari, superare le false partite Iva, contratti di filiera che restituiscano autorità salariale alla contrattazione collettiva, un piano straordinario di assunzioni al ministero e nelle istituzioni pubbliche del settore, investimenti su salute e sicurezza anche per chi ha contratti atipici e misure esigibili contro molestie e discriminazioni, che colpiscono prima di tutti chi è ricattabile perché precario.

E poi un reddito di discontinuità per le professioni intermittenti, quelle che tra una mostra e un festival restano senza protezione, perché in questo Paese si può lavorare nella cultura per tutta la vita e risultare disoccupati per metà di ogni anno, invisibili a qualsiasi welfare.

Domani i presidi: a Genova davanti alla prefettura, a Venezia nel pomeriggio alle Gallerie dell’Accademia, e in decine di altre piazze. Mezzo secolo dopo l’ultima volta, chi custodisce la memoria del Paese torna in piazza per chiedere di esistere nel suo presente.