Scorie nucleari, la rivolta parte dalla Tuscia: 21 siti su 51 nel Viterbese, la protesta sul Tevere. Col sostegno di Roma e provincia

Ventuno dei 51 siti del deposito nazionale sono nel Viterbese: la Tuscia protesta sul Tevere mentre il governo riapre al nucleare.

Scorie nucleari, la rivolta parte dalla Tuscia: 21 siti su 51 nel Viterbese, la protesta sul Tevere. Col sostegno di Roma e provincia

Le centrali italiane sono spente dal 1987. Le scorie no: continuano a esistere, e dopo quasi quarant’anni il paese non sa ancora dove metterle. Il governo intanto discute di riaccendere il nucleare, e nei territori la protesta è arrivata prima dei reattori. Sabato 20 giugno un battello carico di bandiere gialle ha attraversato il Tevere con Castel Sant’Angelo sullo sfondo e i cartelli “No scorie nella Tuscia”. A bordo sindaci con la fascia tricolore, comitati, consiglieri regionali. Lo striscione diceva “Il Tevere non accetta scorie”.

La ragione del corteo sta in una mappa. Nella Carta nazionale delle aree idonee (CNAI), pubblicata dal Ministero dell’Ambiente il 13 dicembre 2023, figurano 51 zone potenzialmente adatte a ospitare il Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi. Di queste, 21 stanno nella sola provincia di Viterbo: oltre il 40 per cento del totale, l’unica area del Lazio giudicata idonea da Sogin, la società di Stato che gestisce lo smantellamento delle vecchie centrali. Ventuno siti su cinquantuno in un fazzoletto di terra e da oltre quattro anni il Viterbese si muove.

Il deposito dovrebbe raccogliere circa 95mila metri cubi di rifiuti radioattivi, di cui 20mila di scorie vere e proprie, quelle delle quattro ex centrali di Trino Vercellese, Caorso, Latina e Sessa Aurunca. Una struttura di superficie su 150 ettari, costo intorno al miliardo. Il presidente del Biodistretto della Via Amerina e delle Forre, Famiano Crucianelli, l’ha messa in chiaro: la Tuscia non intende fare la differenziata per le scorie di tutta Italia. Sessanta sindaci della provincia hanno deliberato all’unanimità contro. Anche Roma, consiglio comunale e Città metropolitana, ha votato a sostegno.

Il Paese che paga per rinviare

Gli italiani il nucleare l’hanno respinto due volte: nel 1987, dopo Chernobyl, e nel 2011, dopo Fukushima. Solo che le scorie restano. Buona parte è all’estero: poco più di 1.800 tonnellate di combustibile esaurito in Francia, Regno Unito e Belgio, mentre in Italia ne sono rimaste sedici. Per tenerle là il paese ha versato circa 1,2 miliardi dal 2001, una voce che finisce in bolletta, intorno ai 120 milioni l’anno.

E qui c’è il dettaglio che racconta tutto. L’accordo con la Francia per il rientro doveva scadere nel 2025. È stato rinnovato fino al 2040: quindici anni in più per non costruire ciò che andava costruito vent’anni fa. Si paga per rimandare, si rimanda perché decidere costa consenso.

La protesta prima dei reattori

Sopra il deposito mai deciso, il governo ha messo il ritorno dell’atomo. Il 4 giugno 2026 la Camera ha approvato con 155 voti la legge delega sul “nucleare sostenibile” firmata dal ministro Gilberto Pichetto Fratin: piccoli reattori modulari, gli Smr, e reattori avanzati, gli Amr, da costruire quando le tecnologie saranno mature. Lo dicono gli stessi tempi del governo, non prima del 2034-2035, e molte di quelle soluzioni restano allo stadio di prototipo. Il testo è ora al Senato.

Crucianelli ricorda di aver chiesto un incontro al ministro e di non aver mai ricevuto risposta, mentre lo stesso incontro veniva concesso ai comuni dell’Alessandrino. Pichetto Fratin assicura che il nuovo nucleare abbasserà le bollette e che un reattore occupa tre campi di calcio, dice. Intanto il deposito serve comunque, a prescindere dai reattori, perché le scorie vecchie ci sono già e quelle nuove arriverebbero in più. Resta una mappa con ventuno siti plausibili sul Viterbese e una valutazione ambientale ancora aperta.

Gli italiani hanno rinunciato al nucleare due volte e non hanno mai smesso di produrne i rifiuti. Adesso il governo prova a riaccenderlo senza aver risolto dove mettere quello che ha già spento. Le bandiere gialle sul Tevere arrivano prima dei reattori perché il problema è arrivato prima: si progetta la centrale del 2035 e si tace sul deposito del 1987. Le scorie, del resto, hanno un vantaggio sui governi. Non hanno fretta.