Ci pensa l’Ufficio parlamentare di bilancio a smontare la propaganda di Meloni sui salari e sulla sbandierata ostinazione con cui la premier dice di aver ridotto il carico fiscale su cittadini e imprese. “Siamo partiti ovviamente dai redditi più bassi, via via abbiamo allargato il raggio d’azione, non intendiamo fermarci, vogliamo fare di più, vogliamo fare di più particolarmente per alleggerire il carico fiscale sul ceto medio perché il taglio delle tasse è uno dei grandi obiettivi di questo Governo”, ha detto Giorgia Meloni, intervenendo all’Assemblea di Confcommercio. L’Upb certifica che l’accresciuta progressività dell’Irpef, “unita all’ampliamento dei regimi sostitutivi ad aliquota piatta, ha accentuato le disparità di trattamento tra le varie tipologie di reddito e allontanato l’obiettivo di graduale perseguimento dell’equità orizzontale previsto dalla delega per la riforma fiscale”.
Stipendi bassi e disuguaglianze fiscali. L’Ufficio di Bilancio smonta la propaganda
La presidente dell’Upb, Lilia Cavallari, ha spiegato che gli interventi sull’Irpef che si sono susseguiti nel periodo 2021-25, hanno risposto a specifiche esigenze di policy – spesso di natura emergenziale – attraverso modifiche che hanno beneficiato prevalentemente i lavoratori dipendenti con redditi bassi e medio-bassi. Essi hanno, tuttavia, complicato la struttura dell’imposta sul reddito da lavoro dipendente, determinando un ripido aumento del prelievo in corrispondenza di una crescita anche modesta del reddito imponibile. Per ovviare all’effetto indesiderato, l’ultima legge di bilancio ha previsto la detassazione degli incrementi di reddito per i rinnovi contrattuali nel biennio 2025-26.
L’intervento – ha spiegato ancora la presidente – offre un rimedio temporaneo che verrebbe meno negli anni successivi quando l’aumento ormai consolidato del livello retributivo verrebbe assoggettato alle aliquote ordinarie.
Evasione al top
Nonostante i progressi sull’attività di recupero dell’evasione (in aumento di 2,8 miliardi nel 2025 secondo quanto indicato nel Documento di finanza pubblica) e il calo della propensione all’evasione nell’ultimo decennio, “l’Italia ha tuttora un tasso di fedeltà fiscale tra i più bassi nella Ue. Permangono livelli elevati di evasione dell’Irpef da lavoro autonomo, inefficienze nella riscossione, specialmente per le Amministrazioni locali, e ampi margini di miglioramento nell’analisi del rischio di evasione”, ha detto Cavallari.
Paghe da fame
Smontata pure la favola sui salari. Il mercato del lavoro italiano ha continuato a espandersi, “con salari reali molto bassi”, ha affermato l’Upb. Nel 2025 gli occupati sono aumentati di circa 180.000 unità, soprattutto tra le donne e tra i lavoratori oltre i 50 anni; il tasso di disoccupazione è quindi sceso al 6,1%. Il tasso di inattività, in lieve diminuzione, è rimasto superiore ai livelli osservati nei principali partner europei. Le retribuzioni contrattuali sono cresciute del 3,1%, favorendo un recupero del potere d’acquisto; in termini reali, tuttavia, i salari rimangono inferiori di oltre l’8 per cento rispetto ai valori medi del 2020.
Crescita regge grazie al Pnrr
L’Upb prevede per il 2026 una crescita del Pil dello 0,5% e per il 2027 dello 0,6%, una stima “appena più moderata di quella prefigurata dal Mef” nel Documento di finanza pubblica (pari a +0,6% sia quest’anno che il prossimo). Inoltre se non affoghiamo è grazie al Pnrr. “Secondo le simulazioni dell’Upb, le misure addizionali del Pnrr contribuirebbero alla crescita del Pil dell’anno in corso per mezzo punto percentuale. L’impatto del Pnrr sul livello del Pil (ossia il valore, da distinguere dal tasso di crescita) sarebbe invece pari a circa 1,8 punti percentuali nel 2026.
E se la prudenza nei conti ha funzionato da argine agli shock esterni, non si va da nessuna parte con un debito alle stelle e una crescita asfittica. Nel sistema economico italiano, spiega l’Upb, “restano numerosi i nodi da sciogliere. È necessario affrontarli per affiancare alla stabilità nuove e necessarie leve di crescita”.