Sulla riforma sarà resa dei conti. Con 16 milioni di incertezze. Per le modifiche costituzionali non è previsto il quorum. Così fa paura il numero di elettori che ha votato sulle trivelle

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Ammettiamolo, non è stato solo un voto andato a vuoto per mancanza di quorum, peraltro facilmente prevedibile. Il referendum sulle trivelle è stato un vero test elettorale, una sorta di sondaggio fisico, realizzato con le urne vere e non con le telefonate dei sondaggisti. Il fatto che abbia partecipato al voto un italiano su tre, per giunta in tempi di scarsa affluenza alle urne, non è un dato di poco conto, tanto che nel  messaggio di domenica sera Renzi ha dimostrato di voler capire cosa esprime questo voto, cercando la strada giusta per “rispettare l’elettorato”. Sarà per questa ragione che il governatore della Puglia, Michele Emiliano, ha deciso di cavalcarne gli effetti mettendosi alla testa delle truppe antirenziane in cerca, da tempo, di un vero leader. E sempre per la stessa ragione, ovvero il risultato del maxisondaggio pagato dal contribuente, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha deciso di cambiare tattica, abbandonando la logica del confronto muscolare, aprendo la porta alla diplomazia e alla ricerca del consenso vecchio stile. E non tanto per le prossime amministrative, sulle quali hanno deciso di investire gli esponenti della minoranza dem avendo capito che Renzi guarda già oltre, quanto sul referendum di ottobre incentrato sulle riforme costituzionali. E li che il capo del governo si giocherà tutto.

OLTRE I COMUNI – Ed è per questo che  la campagna elettorale appena iniziata non riguarda i comuni, di fatto Renzi ha mollato al proprio destino Giuseppe Sala a Milano e Roberto Giachetti a Roma, ma il voto popolare del prossimo autunno.  In quella circostanza l’inquilino di Palazzo Chigi chiederà agli italiani non un parere sulle riforme ma un voto su di lui, avendo la necessità di consenso popolare che gli viene rinfacciato da tutti. In caso di vittoria la dead line del 2018, termine naturale della legislatura, non sarà più una variante ma una certezza. Che aprirà la strada al rimpasto e alla rimozione degli ostacoli interni al partito. Sostiene Enrico Rossi, governatore della Toscana, che “quando sono le istituzioni a promuovere un referendum, c’è qualcosa che non torna, è la sconfitta della politica”. Il presidente del granducato  al referendum è andato a votare (“è un dovere civico”, ha detto postando su Facebook l’articolo 48 della Costituzione) e ha votato sì.  Eppure non fa sconti ai suoi colleghi promotori della consultazione. “Purtroppo questo è un Paese che si porta dietro un po’ di vecchi vizi, una volta berlusconiani e antiberlusconiani, ora tutti a dividersi tra renziani e antirenziani, sfuggendo al merito. Vedo che Emiliano su questo è pericolosamente scivolato e questo forse non ha detto bene neppure all’esito del referendum”. E anche chi strumentalizza il voto ha motivi di riflessione: “Non fa bene al merito delle cose e neppure al Pd. Il Pd non dovrebbe irridere un terzo degli elettori”. Messaggio forte e chiaro indirizzato anche al presidente del Consiglio, dato che Rossi si dice più che mai convinto della sua corsa alla segreteria nazionale del Pd. “Direi che mi rafforzo nelle convinzioni”, afferma spiegando che “c’è’ bisogno di un partito più dialogante e più permeabile alla società”. Ecco, una volta c’era il partito dei sindaci, adesso potrebbe nascere quello dei governatori. Che potrebbe rivelarsi strategico in occasione del referendum di Ottobre. Il quale, come la famosa rivoluzione, potrebbe rivelarsi epocale. Qualunque sia il risultato finale.