Trump e gli altri, il plotone dei capi di governo che si sono arricchiti governando

Trump incassa oltre un miliardo dalle cripto. E la fila dei capi di governo che si arricchiscono governando è lunga e lunghissima.

Trump e gli altri, il plotone dei capi di governo che si sono arricchiti governando

In tutto 927 pagine. Tante ne conta la dichiarazione patrimoniale che Donald Trump ha depositato all’Ufficio per l’etica di governo statunitense, resa pubblica il 30 giugno 2026. Per dare la misura: l’ultima di Barack Obama ne aveva 8. Dentro, il primo anno del secondo mandato e una cifra che vale più di mezzo secolo di mattoni: oltre un miliardo di dollari dalle criptovalute, 1,4 miliardi in alcune letture di Reuters e Associated Press. Oltre 500 milioni dalla World Liberty Financial fondata coi figli, 635 milioni dalla meme coin $Trump, il gettone col suo volto lanciato pochi giorni prima dell’insediamento. Dodici mesi prima lo stesso capitolo valeva 57 milioni: venticinque volte meno.

C’è dell’altro, e riguarda chi tratta con Washington. Una proprietà negli Emirati ha reso 10,4 milioni, una in Arabia Saudita 9, mentre quei governi negoziavano con gli Stati Uniti su dazi e aiuti militari. Sommate 86 milioni da cinque cause chiuse con ABC, CBS, Meta, YouTube e X, e 4,7 milioni dai soli orologi a marchio Trump. Conflitto di interessi? “Né il presidente né la sua famiglia si sono mai impegnati, né mai si impegneranno, in conflitti di interesse”, fa sapere la portavoce Anna Kelly. Dice. Intanto quei gettoni, comprati dai piccoli, hanno perso valore da quando le vendite sono partite.

Una fila lunga così

Perché Trump non è un caso isolato, anzi. Nel 2021 i Pandora Papers del consorzio ICIJ hanno messo in fila 35 capi di Stato e di governo con conti e società offshore. Il campionario è vasto e va dal furto puro alla regola scritta su misura.

Transparency International, nel rapporto del 2004, stimò in 15-35 miliardi di dollari quanto Suharto aveva sottratto all’Indonesia in trentun anni, davanti a Ferdinand Marcos nelle Filippine, 5-10 miliardi, e a Mobutu nell’ex Zaire, 5 miliardi; alla fila si accoda la Nigeria di Sani Abacha, altri 2-5 miliardi. Più vicino a noi, in Malesia, l’ex premier Najib Razak presiedeva il fondo sovrano 1MDB: circa 681 milioni sono finiti sui suoi conti personali, almeno 4,5 miliardi sono spariti dal fondo. Dal 2022 è in carcere, primo premier malese a finirci, e nel dicembre 2025 una seconda condanna si è aggiunta alla prima.

Poi c’è la versione europea, più educata. In Repubblica Ceca il miliardario Andrej Babiš, premier dal 2017 al 2021, ha continuato a incassare fondi europei con la sua Agrofert, oltre 58 milioni dal 2007 secondo l’audit di Bruxelles, mentre sedeva agli stessi tavoli che quei fondi decidono: la Commissione europea ha certificato il conflitto di interessi. I Pandora Papers gli hanno trovato pure un castello da 22 milioni sulla Costa Azzurra, comprato con scatole offshore.

La domanda ironica

Resta il punto che il potere preferisce non sentire. Perché in quasi tutte queste storie il Paese governato faceva il percorso opposto. L’Indonesia di Suharto viaggiava attorno ai 700 dollari di Pil pro capite mentre la sua famiglia comprava ville alle Bermuda. E l’Italia, negli stessi trent’anni in cui i patrimoni si ingrossavano, diventava, su dati OCSE letti da Openpolis, l’unico Paese europeo con il salario reale medio in calo: meno 2,9% tra il 1990 e il 2020. Quasi sempre ricchezze private gonfiate dentro Paesi impoveriti, ed è la regola più che l’eccezione.

E allora la domanda, quella che nessuno pone ad alta voce: è un buon politico chi si arricchisce mentre il Paese che governa si impoverisce? La risposta la conosciamo, ed è la parte peggiore. Perché nelle uniche classifiche che gli interessano, quelle di Forbes e delle procure, il politico-imprenditore un ottimo amministratore lo è sempre stato. Del suo.