Ci sono luoghi che non dimenticano e l’aula bunker dell’Ucciardone, a Palermo, è senza dubbio uno di questi. Proprio qui, a quarant’anni dalla prima udienza del Maxiprocesso contro Cosa Nostra, è stata ospitata una giornata di memoria e riflessione dedicata a uno dei passaggi più rilevanti della storia repubblicana nella lotta alla mafia.
La sentita ricorrenza è stata anche l’occasione per la presentazione del libro ’U Maxi’, scritto da Piero Grasso, che non indulge nella nostalgia e non cerca scorciatoie emotive. Un testo che ha lo scopo di raccontare il primo grande processo unitario ai vertici mafiosi, e che guarda al passato per parlare al presente con l’obiettivo di trasmettere un messaggio potente ossia che la legalità e la giustizia non sono conquiste definitive, ma scelte da rinnovare ogni giorno.
‘U Maxi’, il libro sul processo che cambiò la storia della lotta alla mafia
Del resto il Maxiprocesso non fu solo un procedimento giudiziario, ma uno spartiacque che ha cambiato radicalmente la storia del nostro Paese. Qualcosa che Grasso racconta come un viaggio dentro la carne viva del Paese, tra verbali, deposizioni, e parole che pesano come macigni. Un racconto fatto di dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, di torture, e perfino di cadaveri dissolti nell’acido.
Storie che emergono dalla dignità del dolore, non dal gusto dell’orrore, per riconoscere come il Maxiprocesso ha permesso di riconoscere, in sede processuale, l’esistenza di Cosa Nostra come organizzazione unica, strutturata e gerarchica.
Le voci e i protagonisti del processo evento
Nell’aula simbolo della lotta alla mafia, tornano i protagonisti di allora. Da Giuseppe Ayala che ricorda l’intuizione di Giovanni Falcone, ossia colpire la mafia come sistema e non come una semplice somma aritmetica di reati, a Stefano Giordano che rievoca il padre Alfonso, presidente della Corte d’Assise, e quella calma quasi disarmante davanti a una responsabilità enorme che è ricaduta sulle spalle di Alfonso Giordano.
Particolarmente significativa anche la testimonianza di Lidia Mangione, una dei giudici popolari che accettò un incarico a dir poco delicato. Un incarico che spaventò molti, tanto che su cinquanta sorteggiati, in trentasette si tirarono indietro. Ma lei no e lo ha ricordato in Aula affermando pubblicamente di non sapere se sia stato “coraggio o incoscienza” a spingerla ad accettare, ma che in ogni caso quella fu la scelta giusta.
Un messaggio da non dimenticare
Un processo che si concluse con ben trentasei giorni di camera di consiglio, a cui fece seguito la sentenza con cui vennero comminati diciannove ergastoli, per oltre duemila anni di carcere. Poche, invece, le assoluzioni. Un verdetto che certificò, anche in tribunale, che Cosa Nostra non è un’invenzione ma un’organizzazione reale, potente e pericolosa.
Proprio per questo, durante la celebrazione di questa ricorrenza, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato senza retorica che quel processo fu un passaggio decisivo per la giustizia italiana, uno spartiacque da ricordare perché la lotta alla mafia non deve arretrare nemmeno di un centimetro.