Se non agirete voi come Comune di Milano (e parte lesa) nel processo penale per i supposti abusi edilizi di piazza Aspromonte, lo faremo noi come cittadini. È il messaggio – in realtà si tratta di una “diffida” legale a tutti gli effetti – che un gruppo di cittadini milanesi, rappresentati dallo studio legale Dini-Saltalamacchia, ha recapitato al Comune di Milano.
Il Comune di Milano non si è mai costituito parte civile in alcun processo sull’urbanistica
L’aut aut deriva da una considerazione abbastanza sconcertante: il Comune di Milano non si è mai costituito parte civile negli ormai numerosi procedimenti penali aperti dalla procura sull’urbanistica, che vedono imputati decine tra costruttori, ex membri dele varie Commissioni paesaggio, dirigenti comunali, architetti, sviluppatori ecc…
Una scelta “curiosa”, dato che per legge Palazzo Marino è sempre individuato come parte offesa nei procedimenti. Ma anche comprensibile, visto che alla sbarra ci sono anche decine di funzionari di Palazzo Marino, per i quali si dovrà stabilire se negli anni hanno agito a titolo personale o in base a input politici.
Una situazione assai imbarazzante che l’amministrazione di Beppe Sala ha deciso di non affrontare. Rimanendo immobile. Ma l’immobilità è un lusso che molti milanesi non vogliono concedere. E così prendono l’iniziativa.
Chi sono i protagonisti del procedimento per Piazza Aspromonte 13
Come sta accadendo nel procedimento contro la società Bluestone per “la demolizione e ricostruzione dell’immobile sito nel cortile di piazza Aspromonte n° 13”, la cui udienza preliminare è stata fissata per il prossimo 26 febbraio.
Nel fascicolo vengono contestati a costruttori e funzionari pubblici (tra i quali spiccano tutti i nomi noti e ricorrenti nelle varie inchiesta come Paolo Mazzoleni, attuale assessore all’Urbanistica al comune di Torino, Giovanni Oggioni, Andrea Bezziccheri, Stanislao Prusicki ecc..) reati significativi circa la costruzione con una Scia di un nuovo palazzo spacciato per ristrutturazioni e, soprattutto, la sottostima delle monetizzazioni degli standard e degli oneri urbanistici, cioè dei soldi che il Comune non ha incassato, sebbene previsti per le nuove costruzioni.
Nel procedimento Palazzo Marino è stato dichiarato parte lesa, tuttavia è rimasto fino a oggi inerte. Nonostante per la giurisprudenza “le violazioni urbanistico-edilizie determinano nei confronti dell’ente comunale un danno risarcibile”.
I danni dovuti all’inerzia del Comune
Un’inerzia doppiamente lesiva, secondo i ricorrenti, perché non solo impedisce all’Ente di agire a tutela propria e della città, per evitare – o almeno contenere – il danno erariale oltre a quello all’immagine che si determinerebbe in caso di accertamento della responsabilità degli imputati, ma determina un vuoto di tutela anche per tutti i cittadini di Milano, sui quali ricadono gli effetti dei reati contestati e della connessa mancata pianificazione e mancata realizzazione di servizi, in forma diretta e/o attraverso la monetizzazione degli oneri di urbanizzazione.
L’idea innovativa dei cittadini
Da qui l’idea dei ricorrenti di diffidare il Comune, anche in forza di una recente sentenza della Corte d’Appello di Bari, la quale ha sancito che “l’inerzia dell’ente locale rispetto all’esercizio di poteri e prerogative posti a tutela di interessi pubblici primari integra una violazione dell’obbligo funzionale gravante sull’amministrazione”.
Nel caso di piazza Aspromonte, il palazzo ha determinato l’insediamento – in un cortile – di decine di nuovi abitanti, i quali necessiteranno di servizi e standard che non sono stati previsti dalla proprietà e non sono stati richiesti dall’Amministrazione in misura congrua.
Ciò significa che la relativa domanda resterà inevasa e ricadrà sui cittadini già insediati, i quali vedranno, ingiustamente, ridurre l’offerta e la disponibilità – già carenti – di beni, spazi e servizi pubblici di quartiere, con grave pregiudizio collettivo e individuale, soprattutto per i cittadini più vulnerabili.
Se il Comune non agisce, agiamo noi
Da qui l’idea dello studio legale di far valere l’Art. 9 d.lgs. 267/2000, il quale dispone che “ciascun elettore può far valere in giudizio le azioni e i ricorsi che spettano al comune e alla provincia”. Il decreto, in realtà, era stato fatto per i casi di inquinamento ambientale. Ma il principio è universale e prevede la possibilità di un’azione popolare, nel caso di inattività delle istituzioni.
Si tratta di una “ipotesi di azione eccezionalmente concessa dal legislatore, allo scopo di tutelare un interesse pubblico, attraverso l’attribuzione di una legittimazione diffusa, che, perciò, prescinde dalla specifica titolarità di una situazione giuridica soggettiva qualificata in capo all’attore (o agli attori)”. Tradotto: i cittadini hanno diritto di far valere direttamente la richiesta del risarcimento dell’eventuale danno subito.
Risultato di tutto ciò: i cittadini hanno diffidato palazzo Marino a costituirsi parte civile nel procedimento; hanno sottolineato come la protratta inerzia dell’Amministrazione comunale, espone l’ente a profili di responsabilità non solo sotto il profilo della perdita di chance risarcitoria e del danno all’immagine, ma anche sotto il profilo dell’eventuale danno erariale derivante dalla mancata attivazione tempestiva degli strumenti di tutela giudiziaria; hanno avvertito che se il Comune continuerà a non fare nulla, si riservano di agire in via sostitutiva nelle forme e nei termini di legge. Cioè al processo ci vanno loro a far valere i diritti di tutti.