Il 10 giugno, nell’aula della Camera, pochi minuti prima del voto di fiducia sul decreto Lavoro, il deputato Gianangelo Bof ha pronunciato parole che a destra suonano come un’eresia: «Manca, ahimè, un importo minimo orario in questo provvedimento». Dai banchi di Futuro Nazionale, il partito fondato da Roberto Vannacci il 3 febbraio 2026 dopo l’addio alla Lega, sono partiti gli applausi.
E Bof, arrivato nel gruppo vannacciano da pochi giorni, ha rincarato con Pagella Politica, che alla vicenda ha dedicato un’analisi puntuale: «noi vorremmo fissare una soglia di retribuzione minima oraria». E ha pure offerto l’argomento: la soglia per legge sarebbe la presa d’atto di ciò che già oggi i tribunali riconoscono ai lavoratori quando l’azienda ignora i minimi dei contratti.
La soglia fissata per legge, insomma, quella dei 9 euro lordi l’ora che Pd, M5s, Avs, Azione e Italia Viva chiedono da anni e che la maggioranza ha già affossato in Parlamento.
Il governo intanto ha incassato la fiducia con 165 sì e ha messo nel decreto un’altra cosa, il cosiddetto “salario giusto”: il trattamento economico complessivo dei contratti collettivi firmati dalle organizzazioni più rappresentative, a cui vengono agganciati 934 milioni di incentivi alle assunzioni nel settore privato, blindato dall’esecutivo con la fiducia. Il principio di una paga sotto cui è vietato scendere, quello vero, è rimasto fuori dal testo. Bof lo auspica, dice.
Una passione nata l’altro ieri
La conversione merita una data, perché la passione è recentissima. A dicembre 2023, ricorda sempre Pagella Politica, gli stessi deputati oggi vannacciani, allora quasi tutti nella Lega, votarono il testo con cui il centrodestra riscrisse la proposta delle opposizioni cancellando proprio il principio del salario minimo.
Due anni e mezzo dopo lo riscoprono, e lo riscoprono da una posizione comoda: gli otto deputati di Futuro Nazionale stanno nel gruppo Misto, votano la fiducia e trattano su tutto il resto. I numeri spiegano perché possono permetterselo. Il sondaggio Swg per La7 dell’8 giugno dà il partito da solo al 5,2%: con Vannacci dentro, il centrodestra salirebbe al 47,1% contro il 45,1% del campo largo; senza, si fermerebbe al 42,6% e perderebbe.
Il sorpasso passa da lì, anzi passa solo da lì. Il salario minimo diventa così merce pregiata, un tema che imbarazza la maggioranza, scalda gli elettori delusi della Lega e costa zero a chi lo agita stando con un piede dentro il perimetro della destra e l’altro fuori da ogni responsabilità di governo.
Le crepe già aperte
Il copione, del resto, è già stato provato in aula. L’11 febbraio, sul decreto Ucraina, i vannacciani hanno votato sì alla fiducia e no al provvedimento, con tanto di ordini del giorno per fermare l’invio di armi a Kiev: un doppio binario che il regolamento della Camera consente e che il Senato vieta, perfetto per restare nel campo senza firmarne le scelte.
Poi c’è la legge elettorale, dove Vannacci, sempre lui, reclama il ritorno delle preferenze contro il «nominato dalle segreterie di partito», proprio mentre la maggioranza lavora a una riforma con premio alla soglia del 42%.
E c’è il filone fiscale: il leader di Futuro Nazionale punge chi al governo giura che mai ci sarà una patrimoniale e poi a Bruxelles vota le nuove risorse europee, «e sapete cosa sono? Sono tasse». Armi, preferenze, tasse, salari: quattro leve già pronte per alzare il prezzo, in vista dell’assemblea costituente convocata a Roma per il 13 e 14 giugno.
Il 10 giugno quegli applausi all’importo minimo orario erano rivolti meno ai lavoratori sottopagati che a Palazzo Chigi. E il messaggio è arrivato a destinazione: il listino delle trattative di Vannacci è aperto, il salario minimo è soltanto la voce più vistosa.