Otto giorni. Tanto è rimasta aperta la piattaforma Visametric per prenotare l’appuntamento al visto di studio, senza che la data di apertura o quella di chiusura fossero comunicate prima. In quella finestra solo 4.500 studenti iraniani sono riusciti a prenotare, su 7.915 preiscritti negli atenei italiani. Gli altri sono rimasti fuori. Il 12 giugno il Tribunale di Torino ha depositato la sentenza che chiama la procedura col suo nome: discriminazione. Il responsabile è il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), il dicastero di Antonio Tajani.
Ogni anno oltre 3.000 studenti iraniani vengono ammessi nelle università italiane, la comunità straniera più numerosa. Una volta ammessi devono ottenere il visto entro un termine rigido, e per l’anno accademico 2025/2026 la prenotazione si è svolta solo online, su quel portale aperto per pochi giorni e senza preavviso. Così un’intera collettività è stata di fatto esclusa.
Dalla documentazione prodotta in giudizio è emerso il punto che pesa di più. Per gli studenti indiani, turchi, marocchini e degli Emirati Arabi la prenotazione poteva avvenire senza limiti di tempo, anche presso uffici fisici o per telefono. Per gli iraniani, otto giorni di clic. Il giudice ha escluso che la chiusura del portale potesse trovare giustificazione nella situazione politica dell’Iran.
La procedura neutra che esclude
Il Tribunale ha qualificato la condotta come discriminatoria ai sensi dell’articolo 43 del Testo Unico Immigrazione, in violazione del diritto alla parità di trattamento nell’accesso all’istruzione sancito dall’articolo 39. Ha riconosciuto la legittimazione ad agire dell’ASGI, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, che aveva fatto ricorso con uno studente iraniano, assistiti dagli avvocati Alberto Guariso, Livio Neri, Paola Fierro e Marta Lavanna, e ha condannato il ministero a versare 7.500 euro. La cifra è simbolica, il principio pesa: una procedura apparentemente neutra diventa discriminazione vietata quando è arbitraria e opaca.
Lo stesso ministero, sull’altro fronte, lavora con un altro strumento. Il programma Iupals, Italian Universities for Palestinian Students, coordinato dalla Crui con la Farnesina e il Ministero dell’Università, ha portato in Italia i borsisti di Gaza con i corridoi universitari. Ai 230 arrivati finora non era stato chiesto alcun requisito di lingua. Ai 60 ancora bloccati nella Striscia, adesso, il ministero pretende una certificazione di italiano di livello B2.
Lo stesso ministero, un altro muro
Per le regole degli atenei quel certificato serve solo a chi si iscrive a un corso erogato in lingua italiana, e vale per l’anno 2026/2027. Viene chiesto ai sessanta rimasti dell’anno in corso, e secondo chi a Milano segue i borsisti anche a chi è iscritto a corsi in inglese, dove l’italiano non servirebbe. Le università non ne sapevano nulla: la rigidità arriva dal ministero, dicono gli atenei.
A uno studente ammesso all’Università di Ferrara, raccontano, l’ateneo ha comunicato che senza il certificato B2 non si poteva fare più niente, borsa di studio vinta o meno. È lo stesso governo che il 12 maggio accoglieva i gazawi a Fiumicino promettendo di formare la futura classe dirigente palestinese. L’ASGI ha già chiesto alla Farnesina e al ministero dell’Università di prorogare i termini d’iscrizione per gli studenti palestinesi.
Il filo è uno solo. Una finestra di otto giorni per gli iraniani, un patentino di lingua per i gazawi: ogni volta un adempimento che sulla carta vale per tutti e che, nei fatti, cade addosso a chi ha meno margine. Il ministero che dice di voler accogliere questi ragazzi è lo stesso che alza l’asticella appena arriva il momento di farli partire. Per l’Iran un giudice ha già scritto che ha un nome. Per Gaza, il nome resta da scrivere.