Nell’Aula del tribunale di Ragusa è successo qualcosa che dice molto del garantismo peloso sventolato in vista del prossimo referendum sulla Giustizia: la corte ha rimesso le garanzie al centro, senza retorica e senza microfoni. Le ha rimesse dove contano davvero, negli atti. Il Tribunale ha ordinato la distruzione anticipata di intercettazioni e chat confluite nel processo Mare Jonio e inutilizzabili per legge. Comunicazioni con avvocati difensori, contatti con parlamentari, colloqui con religiosi. Materiale che non avrebbe dovuto entrare nei fascicoli e che invece per anni sono finite nelle prime pagine dei giornali, producendo effetti concreti.
Il procedimento nasce dal soccorso del settembre 2020 ai 27 naufraghi rimasti bloccati per settimane sulla Maersk Etiennee poi sbarcati a Pozzallo dalla Mare Jonio. Gli imputati sono attivisti e operatori di Mediterranea Saving Humans. L’accusa resta quella di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare. Ma l’udienza di ieri ha inciso su un altro piano, quello che precede ogni valutazione di merito: il rispetto delle regole del processo.
Quando le garanzie diventano un problema
L’ordinanza del Tribunale di Ragusa certifica che parte del materiale raccolto violava tutele previste dall’ordinamento. Non si tratta di un vizio marginale, siamo di fronte a una violazione che altera l’equilibrio stesso del procedimento. La conseguenza è inevitabile: eliminazione dagli atti. Non sarebbe bastato un rinvio, non servirebbe una selezione tardiva: solo cancellazione. È il codice che torna a imporsi dopo essere rimasto sullo sfondo troppo a lungo.
Ma il punto politico sta tutto nel tempo. Quelle conversazioni hanno accompagnato l’indagine, hanno alimentato ricostruzioni, hanno fatto da base a titoli e commenti, hanno contribuito a costruire un racconto pubblico prima ancora di qualunque verifica dibattimentale. Sono state sventolate per corroborare il processo di criminalizzazione delle Ong. Probabilmente hanno contribuito anche all’incasso elettorale di qualcuno. Ora vengono distrutte perché vietate. Ma nel frattempo hanno già svolto la loro funzione: orientare, insinuare, sedimentare sospetti.
Il garantismo a giorni alterni
Fuori dall’aula, il contrasto è evidente. In queste settimane il garantismo è diventato parola d’ordine per chi spinge il sì al referendum sulla giustizia. Difesa delle regole, tutela dei diritti, rispetto delle garanzie. Ma davanti a un provvedimento che certifica una compressione delle garanzie, quel fronte ha scelto il silenzio. Nessuna presa di posizione, nessuna denuncia, nessuna domanda pubblica su come sia stato possibile arrivare a questo punto.
Il silenzio è sempre una scelta politica. Le garanzie vengono difese quando servono a nobilitare una battaglia referendaria. Spariscono quando riguardano soggetti che mettono in discussione l’impianto delle politiche migratorie e la narrazione securitaria. È un garantismo selettivo, che funziona per appartenenza e non per principio.
Un metodo che lascia tracce
L’udienza a Ragusa dice qualcosa anche sul metodo investigativo adottato in questi anni contro le Ong di soccorso. Un metodo che accumula, allarga, registra tutto, salvo poi fare pulizia a valle, quando il danno è già avvenuto. La distruzione delle intercettazioni ristabilisce una regola formale, ma non cancella il fatto che quelle conversazioni abbiano circolato, siano state lette, interpretate, utilizzate per costruire un clima.
Il processo proseguirà e il merito delle accuse verrà discusso nelle sedi appropriate. Questo articolo non anticipa verdetti. Registra due fatti. Il primo: un tribunale ha dovuto eliminare atti che non avrebbero mai dovuto entrare nel processo. Il secondo: davanti a questa evidenza, molti dei garantisti più loquaci hanno scelto di guardare altrove.
In aula, ieri, le garanzie hanno parlato. Fuori, chi le invoca a giorni alterni era impegnato nella sua furiosa campagna referendaria.