La Sveglia

Quasi sessanta giornalisti palestinesi in prigione

Le guerre producono morti. Poi producono archivi. E nelle ultime ore lโ€™archivio si รจ riempito di celle.

Il Committee to Protect Journalists, nel nuovo rapporto ripreso dal Guardian, raccoglie testimonianze su quasi sessanta giornalisti palestinesi detenuti in Israele dal 7 ottobre 2023: percosse, fame, abusi, violenze sessuali. Le parole sono secche, documentate, difficili da archiviare come propaganda. Nello stesso flusso di notizie circola la denuncia rilanciata da Mustafa Barghouti su presunte โ€œvisiteโ€ organizzate in sezioni carcerarie per mostrare prigionieri immobilizzati. Anche quando resta nella forma della contestazione politica, lโ€™immagine รจ chiara: la detenzione come messaggio.

Mentre i corpi vengono amministrati, a Bruxelles si discute di ricostruzione. Nikolay Mladenov incontra Kaja Kallas e i ministri degli Esteri dellโ€™Unione. Si evocano Eubam Rafah ed Eupol-Copps, si parla di sicurezza, di disarmo di Hamas affidato alla polizia palestinese, di via libera israeliano. Il lessico รจ tecnico, la cornice รจ quella del tragico Board of Peace.ย 

Sul fronte regionale lโ€™Egitto si dice โ€œsconcertatoโ€ dalle parole dellโ€™ambasciatore Usa Huckabee sullโ€™espansione israeliana โ€œfino al Niloโ€ e richiama la Carta Onu. Crepe pubbliche fra alleati, mentre a Washington si misurano gli effetti politici. Axios racconta che funzionari democratici, in unโ€™analisi riservata sulla sconfitta elettorale, avrebbero individuato nel dossier Gaza un costo elettorale per la sconfitta Kamala Harris.

Le guerre producono urne. E le urne, a volte, restituiscono il conto. Intanto restano le celle, i giornalisti detenuti, le parole che chiedono di essere verificate e ascoltate. Occhi su Gaza significa questo: seguire la linea che unisce la prigione alla diplomazia, il tunnel alla conferenza stampa, il campo alla scheda elettorale. Finchรฉ la realtร  non torna a pesare piรน delle formule.