Due report. Due diversi approcci. Ma un unico risultato: l’emergenza in Italia continua a essere quella del lavoro. Sia per le retribuzioni, ritenute insoddisfacenti da gran parte dei dipendenti. Sia, ancor di più, per la condizione delle donne, che guadagnano molto meno dei loro colleghi uomini, nonostante un tasso di istruzione maggiore. Partiamo proprio da qui, attraverso il Rendiconto di genere del Consiglio d’indirizzo e vigilanza dell’Inps.
Le diplomate e le laureate superano gli uomini: per le lauree di primo livello il 59,4% sono donne, per quelle magistrali sono il 57,8% e per le magistrali a ciclo unico sono il 69,4%. Anche per i master di primo e secondo livello le donne rappresentano oltre il 60%. Nonostante questo, però, a un anno dalla laurea magistrale gli uomini hanno tassi di occupazione maggiori rispetto alle loro colleghe. Nonostante una maggior scolarizzazione, soltanto il 53,3% delle donne è occupata, contro il 71,1% degli uomini.
Nei contratti a tempo indeterminato, solo il 40,4% è rappresentato da donne. Mentre questa percentuale sale quasi al 50% per le impiegate a termine e stagionali. Tra le donne, inoltre, è molto più diffuso il ricorso al part-time. Ancora più evidente è la differenza a livello dirigenziale: solo il 21,8% dei manager è donne, contro il 78,2% degli uomini. Inevitabile, quindi, che la differenza sia anche retributiva: praticamente in tutti i settori i redditi medi giornalieri degli uomini sono superiori. E in 9 settori su 18 questa differenza è almeno del 20%. Con divari più alti per attività immobiliari, finanziari e professioni scientifiche e tecniche. La conseguenza di tutto questo è che anche le pensioni al femminile sono inferiori, con assegni più bassi del 44,2% per quelle di vecchiaia per le donne.
Non solo le donne, l’altra emergenza del lavoro sono i salari
L’altro fronte è quello emerso dal rapporto Censis-Eudaimon: oltre la metà degli occupati in Italia ritiene la propria retribuzione inadeguata rispetto al lavoro che svolge. Un’insoddisfazione che riguarda il 57,7% del campione, mentre il 36% si dice soddisfatto. Il 55% dei lavoratori dipendenti spiega poi che la sua busta paga non consente di risparmiare, mentre emerge un’alta propensione a cambiare lavoro per riuscire a guadagnare di più, un sistema spesso ritenuto più efficace rispetto a rimanere nella stessa azienda.
Ben il 71% dei lavoratori, poi, ritiene possibile e utile il passaggio alla settimana corta, un’idea condivisa soprattutto dai più giovani. Un capitolo è dedicato anche all’intelligenza artificiale: il 37% degli occupati la utilizza sul lavoro. Ma ben il 43% del campione teme che proprio l’Ia possa rimpiazzarlo nella sua attività lavorativa.