Bilancio amaro per l’Italia. E non è solo colpa della guerra

Bilancio amaro dall'Istat per l'Italia: la crescita rallenta ancora, l’inflazione sale e l’occupazione cala

Bilancio amaro per l’Italia. E non è solo colpa della guerra

La difficile congiuntura internazionale, segnata dai conflitti, e le strategie fallimentari di politica economica del governo Meloni presentano il conto all’Italia. La crescita rallenta ancora, l’inflazione sale e l’occupazione cala. Nel primo trimestre dell’anno il Pil italiano è cresciuto dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti e dello 0,7% rispetto allo stesso trimestre del 2025. Lo ha reso noto l’Istat in base alle stime preliminari.

La crescita non c’è

Il primo trimestre di quest’anno segna un lieve rallentamento rispetto agli ultimi tre mesi del 2025. Il +0,2% congiunturale messo a segno tra gennaio e marzo è la sintesi di un aumento del valore aggiunto nel comparto dei servizi e di una diminuzione in quello dell’agricoltura e dell’industria. La variazione del Pil acquisita per il 2026 è pari a +0,5%, meno dello 0,6% previsto dal governo. Dato peraltro che resta comunque tutto da confermare nell’incertezza assoluta che regna intorno al destino dello Stretto e alle evoluzioni del conflitto. In caso di guerra prolungata i previsori, dal Fondo monetario a Confindustria, pronosticano già una possibile recessione in Europa e in Italia. Se lo shock energetico si protraesse, il Pil del secondo trimestre entrerebbe in territorio negativo, allontanando l’obiettivo di crescita dello 0,6% fissato nel Def e avvicinando la nostra stima di un aumento del Pil 2026 pari ad appena lo 0,3%, stima Confesercenti.

Prezzi alle stelle

Ad aprile, secondo le stime preliminari – spiega l’Istat -, l’inflazione sale a +2,8%, sostenuta essenzialmente dalle tensioni che si registrano sui prezzi degli Energetici (+9,5% da -2,1%) e degli Alimentari non lavorati (+6,0% da +4,7%). Un parziale effetto di freno alla crescita dell’inflazione si deve alla dinamica dei prezzi di alcune tipologie di servizi, tra cui quelli ricreativi, culturali e per la cura della persona (+3,0% da +2,6%). La crescita su base annua dei prezzi del ‘carrello della spesa’ è pari a +2,5% (da +2,2%).

Per il Codacons è una “maxi-stangata da quasi 1.000 euro a famiglia italiana”: l’inflazione al +2,8% “si traduce, a parità di consumi e considerata la spesa totale delle famiglie, in una stangata media da +926 euro annui per la famiglia tipo che sale a +1.279 euro annui per un nucleo con due figli. Solo per la spesa alimentare, con i prezzi del comparto che salgono del +3,1% su anno con punte del +6% per i non lavorati, l’aggravio di spesa è pari a +198 euro per la famiglia tipo, +287 euro per quella con due figli”.

Consumatori e associazioni in allarme

L’aumento dell’inflazione “rappresenta un elemento di preoccupazione. Le spinte al rialzo degli energetici, che al momento impattano essenzialmente sui prezzi del trasporto e dell’abitazione, rischiano, se protratte, di diffondersi lungo le diverse filiere, soprattutto quelle maggiormente esposte ai costi dell’energia e del trasporto, e comprimere la capacità di spesa delle famiglie e i consumi”, avverte l’Ufficio Studi Confcommercio, commentando i dati Istat. L’eventuale protrarsi di questa situazione, potrebbe però incidere, nei prossimi mesi, sulle dinamiche di crescita, concludono i commercianti.

Ristagna l’occupazione

A marzo, su base mensile, il calo degli occupati e dei disoccupati si associa alla crescita degli inattivi. Nel mese, rileva l’Istat, gli occupati diminuiscono di 12mila unità su febbraio e di 30mila unità su marzo 2025. Il tasso di occupazione è al 62,4%, invariato sul mese e in calo di 0,3 punti sull’anno. Il tasso di disoccupazione è al 5,2% in calo di 0,1 punti sul mese e di 1,1 punti sull’anno. Sale il tasso di inattività al 34,1% (+0,1 punti sul mese, +1,0 punti sull’anno). Si conferma sull’anno l’invecchiamento della popolazione lavorativa. Gli occupati tra i 15 e i 24 anni a marzo diminuiscono di 141mila unità su marzo 2025, quelli tra 25 e 34 anni sono sostanzialmente stabili (-1mila) mentre quelli tra i 35 e i 49 anni perdono 246mila unità. Gli over 50 occupati crescono di 358mila unità sull’anno precedente.