Netanyahu prepara l’escalation in Libano e a Gaza: richiamati i riservisti per rafforzare il fronte nord. Ira di Erdogan secondo cui così Bibi sabota i negoziati di pace tra Usa e Iran

Netanyahu prepara l’escalation in Libano e a Gaza: richiamati migliaia di riservisti. Ira di Erdogan: "Vuole sabotare la pace"

Netanyahu prepara l’escalation in Libano e a Gaza: richiamati i riservisti per rafforzare il fronte nord. Ira di Erdogan secondo cui così Bibi sabota i negoziati di pace tra Usa e Iran

Con l’attenzione globale concentrata sulla crisi tra Stati Uniti e Iran, scenario nel quale non si può escludere una ripresa delle ostilità, e complice il via libera di Donald Trump a Benjamin Netanyahu per “difendere Israele dalle minacce”, nella Striscia di Gaza e in Libano si rafforza l’offensiva dell’Idf.

L’aspetto più preoccupante, però, è che tutto lascia pensare a un ulteriore aggravamento della situazione nei prossimi giorni, soprattutto sul fronte nord. Netanyahu e i ministri dell’estrema destra israeliana, Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, continuano infatti a insistere sulla necessità di eradicare completamente Hezbollah.

Proprio per questo, secondo quanto riferisce Canale 11, sarebbe in corso una nuova e massiccia mobilitazione di riservisti. Diversi soldati congedati nei giorni scorsi hanno raccontato all’emittente israeliana di essere stati richiamati improvvisamente in servizio, con l’ordine di “presentarsi immediatamente per un nuovo turno di riserva”.

Nella comunicazione inviata ai militari si farebbe esplicito riferimento alla necessità di rafforzare il dispiegamento al confine con il Libano per “intensificare le attività” operative.

Netanyahu prepara l’escalation in Libano e a Gaza: richiamati i riservisti per rafforzare il fronte nord

Una decisione che, sempre secondo i media israeliani, si sarebbe resa necessaria in seguito alla nuova offensiva lanciata dall’Idf in territorio libanese. Che sul fronte nord sia in corso una vera escalation lo dimostrano anche gli eventi delle ultime 24 ore. L’Idf ha dichiarato di aver “attaccato oltre cento infrastrutture e terroristi di Hezbollah nella valle della Beqaa e nel sud del Libano”.

Bombardamenti pesanti che, secondo Al Jazeera, sarebbero stati i più intensi degli ultimi mesi. Nella sola città di Mashghara avrebbero provocato “almeno dodici vittime civili”. Diversa, come sempre, la versione dell’esercito israeliano, che respinge le accuse e sostiene di aver “eliminato” miliziani armati pronti a colpire.

Gli attacchi hanno provocato l’inevitabile risposta di Hezbollah. Il movimento sciita ha lanciato diversi missili contro il nord di Israele; uno di questi, dopo essere stato intercettato, è caduto al suolo provocando lievi danni ad alcuni edifici. Successivamente sono iniziati anche combattimenti terrestri per fermare “l’avanzata verso Zawtar al-Sharqiyah” delle truppe israeliane.

Proprio questa zona rappresenta un elemento inedito del conflitto: si trova infatti a nord del fiume Litani, cioè nell’area del Libano che appena ieri Ben-Gvir chiedeva di occupare militarmente con l’Idf. La sensazione è che Netanyahu, che ha evitato accuratamente di commentare le dichiarazioni del suo discusso ministro, probabilmente per non alimentare ulteriori polemiche internazionali, stia sfruttando l’occasione per avanzare più in profondità nel territorio libanese.

Ira di Erdogan secondo cui così Bibi sabota i negoziati di pace tra Usa e Iran

Se in Libano si può ancora parlare di scontri e contrattacchi tra l’Idf e Hezbollah, a Gaza il quadro appare differente e ancora più inquietante. Dalla Striscia, ormai da tempo, non si registrano lanci di missili o attacchi significativi da parte di Hamas, segnale evidente delle capacità militari ormai drasticamente ridotte del gruppo palestinese. Per questo motivo, i raid israeliani appaiono sempre più “a senso unico” e difficilmente giustificabili.

Eppure anche nell’enclave palestinese è in corso una nuova escalation. L’offensiva israeliana avrebbe causato ieri almeno sette vittime. Secondo quanto riferisce l’agenzia Wafa, cinque persone sarebbero morte “in un attacco dell’Idf contro il campo profughi di al-Maghazi”, nel centro della Striscia. Altre due vittime sarebbero invece state registrate a Khan Younis, nel sud dell’enclave palestinese.

Di fronte a questa nuova escalation, che rischia anche di compromettere i delicati negoziati tra Stati Uniti e Iran, visto che Teheran pretende la cessazione dei combattimenti in tutto il Medio Oriente, le proteste internazionali sono arrivate con il contagocce. Tra le prese di posizione più dure c’è stata quella del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che ha denunciato come “nonostante il cessate il fuoco, Israele continui sconsideratamente l’occupazione, la distruzione, i massacri e le attività di insediamento illegale da Gaza alla Cisgiordania, da Gerusalemme Est al Libano”. Il leader turco ha inoltre accusato l’Occidente di mantenere un colpevole silenzio.

Un’accusa difficile da contestare, considerando che dall’Unione Europea, almeno finora, l’unica dichiarazione ufficiale è arrivata dalla portavoce della Commissione, Eva Hrncirova, che si è limitata ad affermare: “Gaza non può diventare una crisi dimenticata. La situazione è ancora molto grave”.