Hannoun, la Cassazione ordina un nuovo Riesame: fonti e prove generiche. E i garantisti muti

Hannoun resta indagato e può essere condannato, ma le prove per arrestarlo erano generiche: i garantisti che lo condannarono ora tacciono

Hannoun, la Cassazione ordina un nuovo Riesame: fonti e prove generiche. E i garantisti muti

“Assolutamente generico e indefinito”. Così la quinta sezione penale della Corte di Cassazione, nelle motivazioni depositate il 28 maggio 2026, ha liquidato il materiale su cui poggiava l’accusa contro Mohammad Hannoun. Le “fonti aperte” richiamate nell’ordinanza, prive di origine e di vaglio di attendibilità, sono inutilizzabili. I documenti forniti dall’intelligence israeliana pure. Esclusi quelli, resta un quadro indiziario che il Riesame di Genova dovrà rivalutare da capo, verificando se senza quelle carte regga ancora.

Torniamo indietro, al 27 dicembre 2025, sempre loro. La procura arresta nove persone accusate di aver finanziato Hamas con “sette milioni di euro” attraverso associazioni benefiche. Hannoun, 64 anni, architetto, a Genova dal 1983, finisce nel carcere di massima sicurezza di Terni. La politica emette la sentenza prima dei giudici.

Giorgia Meloni esprime “apprezzamento e soddisfazione” e lo definisce, parole degli investigatori, “vertice della cellula italiana di Hamas”. Matteo Salvini spiega che “alcuni milioni di fenomeni” erano stati “in piazza dalla parte sbagliata”. Il ministro Matteo Piantedosi annuncia che è stato “squarciato il velo”. Galeazzo Bignami (FdI), capogruppo alla Camera, decreta che chi sta con “questi soggetti” non può ricoprire ruoli istituzionali. Andrea Delmastro delle Vedove (FdI) domanda alla sinistra “accecata ideologicamente” se adesso chiederà scusa.

Il garantismo a intermittenza

Qui conviene fermarsi su una coincidenza. Buona parte di chi a dicembre aveva già scritto il finale è la stessa che da anni sventola il garantismo come bandiera. Forza Italia ne ha fatto un marchio: il senatore Maurizio Gasparri (FI) si congratulava per l’arresto dei “predicatori di odio”, e il suo partito ha ritenuto indispensabile la separazione delle carriere in nome del “giudice terzo e imparziale”. Quella riforma costituzionale, firmata dal ministro Carlo Nordio, gli italiani l’hanno bocciata al referendum del 22 e 23 marzo 2026: No al 54%, Sì al 46%, affluenza al 58,9%. Il garantismo, del resto, si applica ai magistrati da imbrigliare e si smarrisce davanti agli indagati da garantire.

E gli altri? Il Partito democratico non si è comportato meglio. Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del partito, ringraziava “gli organi inquirenti” per il “tempestivo e preciso lavoro di prevenzione antiterrorismo”. Peppe Provenzano rinnovava “la più ferma condanna” per ogni complicità con i terroristi. La vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno evocava “un filo” tra la “galassia putiniana” italiana e quella pro Hamas. Nessuno trovò il fiato per ricordare che un indagato resta un indagato. I riformisti del garantismo, davanti a un palestinese in manette, hanno scelto l’allineamento.

I fatti e le opinioni

La storia, intanto, l’avevano già scritta i giudici. Nel 2010 la pm Francesca Nanni aveva archiviato un’inchiesta gemella rilevando l’inutilizzabilità del materiale trasmesso da Israele, raccolto in operazioni militari senza le garanzie del nostro ordinamento. La Cassazione, sedici anni dopo, ripete il concetto con l’articolo 191 del codice di procedura penale: prove acquisite fuori dal contraddittorio, di provenienza non accertata, restano carta straccia.

Il ricorso della procura è stato dichiarato inammissibile, perché chiedeva alla Corte una rilettura delle prove che non le compete. Adesso il Riesame dovrà stabilire se quelle associazioni fossero schermo di finanziamenti illeciti o operassero nel welfare, e quanta consapevolezza avessero gli indagati. Le manette, insomma, sono arrivate prima delle risposte.

Hannoun è ancora in cella, indagato, in attesa che un altro Riesame si pronunci. Magari sarà anche condannato, in via definitiva ma sarebbe il caso che i garantisti a corrente alternata, prima di tornare a spiegarci la terzietà del giudice, imparassero a separare i fatti dalle opinioni. Per garantismo, e per dignità personale.